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Mercoledì
18 settembre 2002 - ore 14.30
Sesta
giornata di studio
per il Piano per la Salute
"Il
marketing per la salute"
Sintesi
dell'intervento
della Dott.ssa Alessandra
Saggin
Divisione
Amministrazioni Pubbliche
Scuola di Direzione Aziendale, Università Bocconi - Milano
La promozione della salute - definita dall'OMS come il processo
che permette alla popolazione di aumentare il controllo dei fattori
che determinano la salute al fine di promuoverla e sostenerla
- è stata oggetto di numerosi studi e programmi, con risultati
parzialmente
soddisfacenti.
Cinque sono i campi d'azione identificati nella Carta di Ottawa
(1986) per sviluppare una strategia di promozione della salute (Ziglio,
2001):
- la creazione di politiche pubbliche (sociali, agricole, del trasporto,
del turismo, della pianificazione urbana) orientate verso la promozione
della salute;
- il rafforzamento dei processi di partecipazione dei cittadini
nella formulazione, implementazione e valutazione di politiche che,
direttamente o indirettamente, influiscono sulla promozione della
salute;
- la costruzione di ambienti (lavorativo, scolastico) che supportino
la promozione della salute;
- lo sviluppo di abilità personali per migliorare la qualità
delle decisioni inerenti la salute di ciascun individuo e della
popolazione nel suo insieme;
- il ri-orientamento dei servizi sanitari verso la promozione della
salute e non solo sulla cura e riabilitazione).
Per quanto riguarda il quarto punto, numerosi sono stati i programmi
e le campagne informative utilizzati per promuovere la salute (fumo,
droghe, obesità, alcool), tutti miranti a influenzare la
qualità delle decisioni individuali, quindi i comportamenti
delle singole persone. Per lo più hanno prodotto risultati
deludenti (rapporto costo/benefici), evidenziando in particolare
una scadente efficacia nel ricondizionare la popolazione a rischio.
A livello individuale
i principali fattori che contribuiscono a rendere complesso e difficoltoso
promuovere la salute sono:
1. la definizione del concetto di salute
2. la difficoltà di modificare comportamenti consolidati
3. la percezione del rischio
4. le fasi del cambiamento
1. La
definizione del concetto di salute.
Non esiste un consenso sul significato della parola salute, nonostante
la definizione proposta nel 1946 dall'Organizzazione Mondiale della
Sanità: La salute non è semplicemente l'assenza
di malattia, ma lo stato di completo benessere fisico, mentale e
sociale. Infatti, la salute se c'è non si sente e in
genere nemmeno si vede, e viene per lo più avvertita come
il contrario di ciò che si sta vivendo in caso di infermità
o handicap.
La domanda di Gadamer (1993) - In che cosa consiste il benessere
se non proprio nel fatto di non costituire il centro dell'attenzione,
permettendoci di essere liberamente aperti e pronti a tutto?
- evidenzia la difficoltà che si incontra nel definire il
concetto di salute, con riflessi molto profondi anche sull'efficacia
degli interventi di marketing sociale.
Un aspetto distintivo del "bene salute", ad esempio, è
rappresentato dallo spazio molto ampio per la soggettività
sia di chi promuove le azioni di marketing sia dell'utente finale
(Rotondi, Saggin, 2002), con la conseguente necessità di
ripensare gli interventi a partire dall'utente, coinvolgendolo in
un percorso dialettico a due vie, come ha ribadito recentemente
Norman (2001).
2. La
difficoltà di abbandonare comportamenti consolidati e adottarne
di nuovi
E' opinione diffusa che uno dei principali fattori responsabili
della complessità dell'applicazione del marketing ai problemi
sociali sia legato al fatto che non si promuove il consumo di beni
i cui benefici sono noti e rapidamente godibili, ma l'adozione di
nuovi comportamenti più favorevoli alla salute, i cui benefici
tuttavia non sono ancora stati sperimentati dall'utente.
Modificare stabilmente comportamenti, infatti, richiede un cambiamento
della cultura delle persone, delle loro convinzioni e abitudini:
è un lavoro che ciascuno può fare solo per sé
e non al posto di un altro. L'informazione di per sé non
può quindi determinare un cambiamento stabile nel tempo,
che sarà invece il frutto di una riflessione personale e
della successiva decisione di modificare convinzioni e pensieri,
che produrranno nuove abitudini stabili.
Le fasi di presa di coscienza e di decisione sono spesso ostacolate
da "scorciatoie della mente"- definite euristiche
o tunnel della mente - che rendono le persone, indipendentemente
dal livello culturale istintivamente scadenti valutatori
di probabilità e pessimi decisori di fronte a più
alternative (Piattelli Palmarini,1993). La maggior parte delle persone,
ad esempio, dà per scontata la buona salute e opera attivamente
per ottenere altro, spesso anche a scapito della buona salute, pentendosi
poi amaramente non appena compaiono i sintomi di un malessere serio,
come afferma un vecchio proverbio: tutti noi passiamo la prima
metà della vita a rovinarci la salute e la seconda metà
a curarcela.
La profonda irrazionalità in materia di salute è illustrata,
ad esempio, dai risultati di un'inchiesta condotta in Francia negli
anni Settanta sui fattori soggettivi che contribuiscono alla
felicità. La maggioranza degli intervistati indicava
"un'altra persona" come il più importante fattore
di felicità, seguito da "la piena realizzazione delle
proprie potenzialità", il fattore "denaro"
era posto in basso nella gerarchia e all'ultimo posto della scala
di importanza veniva indicata la voce "essere in buona salute".
Il questionario conteneva anche domande sui fattori ritenuti causa
di infelicità e in questo caso "il non essere in buona
salute" veniva collocato da tutti gli intervistati al primo
posto, ad indicare che l'essere in buona salute è qualcosa
che si presuppone quando ci si chiede in cosa consiste essere felici.
Questo processo mentale, noto col nome di "inversione delle
preferenze", evidenzia come i giudizi sulla salute, ritenuti
ovvii, spesso non siano razionali.
Gli studi sulle illusioni cognitive possono essere di aiuto nel
comprendere la parziale inefficacia degli interventi informativi.
Si tratta di fenomeni caratterizzati dal fatto che nel prendere
decisioni non vengono utilizzate le conoscenze presenti, così
come nelle illusioni ottiche l'occhio vede quel che vede, pur sapendo
che la realtà è diversa, i "moduli" mentali
restano impervi alle correzioni suggerite dalla logica, dall'aritmetica,
dal giudizio razionale e dal calcolo delle probabilità.
Conoscere i tunnel della mente può aiutare a costruire i
messaggi in modo più efficace, ma soprattutto mette in evidenza
la necessità di attivare processi comunicativi a due vie.
Le illusioni cognitive che possono interferire con maggiore probabilità
nel decidere di cambiare abitudini e comportamenti sono:
1. L'effetto di incorniciamento delle scelte (the framing of
choices): la maggioranza delle persone non riconosce la perfetta
equivalenza in termini statistici di due dati, se sono "incorniciati"
in modo diverso.
2. La segregazione delle decisioni: per connaturata "pigrizia
cognitiva" si tende a restare prigionieri della cornice che
viene fornita. In pratica si tende ad accettare un problema così
come viene presentato e a risolverlo così come è stato
prospettato (acquiescenza), e nella valutazione delle possibili
scelte si passano al vaglio solo le azioni e le decisioni che hanno
un effetto immediato sulla situazione, vista nella sua immutabile
cornice (segregazione). C'è inoltre un'asimmetria cognitiva
nella valutazione di guadagni e perdite: si è propensi al
rischio (risk seekers) in situazioni di possibile perdita
e avversi al rischio (risk-averse) in situazioni di possibile
guadagno.
3. L'effetto congiunzione: si tende a ritenere più probabile
ciò che riesce più facile immaginare, ciò che
appare più "tipico", e i giudizi di tipicità
(cioè i cliché mentali), anche se basati su indizi
debolissimi, portano a trascurare le probabilità oggettive,
anche in possesso di informazioni che potrebbero permettere di fare
giudizi più accurati (disattenzione per le frequenza di base).
E' stata evidenziata in particolare una peculiare incapacità
di valutare rischi e probabilità.
4. Il tunnel dell'asimmetria diagnostica: nelle oggettive correlazioni
di frequenza si tende a dare rilevanza al rapporto fra causa ed
effetto, rifiutando di ammettere anche che il "verso"
della freccia - che va dalla causa all'effetto - risulti del tutto
irrilevante ai fini di una correlazione statistica; una causa comune,
quindi, viene ritenuta più "diagnostica" dei suoi
effetti comuni.
Nella pianificazione
dei programmi di promozione della salute è utile tenere in
considerazione i sette pericoli più gravi e più insidiosi
determinati dalle illusioni cognitive (Piattelli Palmarini, 1993):
- sicumera (overconfidence): le persone tendono ad essere
sicuri delle loro credenze molto di più di quanto esse siano
realmente affidabili, e ciò aumenta con la competenza;
- pensiero magico (illusory correlation): quando si è
convinti di una correlazione positiva fra due eventi se ne trovano
continuamente nuove ed evidenti conferme che ne giustificano le
cause, anche se ciò è del tutto falso e illusorio;
- il senno di poi (predictability in hindsight): in perfetta
buona fede si pensa che si sarebbe potuto prevedere quello che è
successo, quando si sa effettivamente come sono andate le cose;
- l'ancoraggio (anchoring): la revisione di un giudizio intuitivo
e impulsivo non sarà mai tale da annullarlo del tutto, per
questo si tende a restare ancorati al giudizio iniziale, facendo
solo delle correzioni a partire da questo;
- la facile rappresentabilità (ease of rapresentation):
se un evento è facile da immaginare mentalmente e determina
un'attivazione emotiva si sovrastima l'effettiva possibilità
che si verifichi;
- la cecità per le probabilità (probabilità
blindness): le persone sono particolarmente incapaci di tener
conto delle probabilità del verificarsi di un evento, sono
prese in considerazione solo le due alternative presenza o l'assenza
di un rischio e tutte le gradazioni intermedie sono scotomizzate.
Per esempio non si è disposti ad investire perché
il rischio di un evento negativo scenda dal 30% al 3%, eppure si
tratta di una riduzione di dieci volte, mentre si è disposti
a fare di tutto perché passi dall'1% allo 0% anche se si
tratta di una riduzione ben più modesta;
- la manipolazione delle credenze attraverso copioni (reconsideration
under suitable scripts): un evento giudicato altamente improbabile
viene giudicato estremamente più probabile se alla persona
vengono narrati scenari intermedi che potrebbero, passo dopo passo,
condurre a tale conclusione. Tracciare una sequenza di eventi concatenati
plausibili, anche se altamente improbabili, rende immediatamente
meno apparentemente improbabile l'evento finale di quanto non lo
fosse se considerato separatamente.
3. La
percezione del rischio
Particolare interesse per orientare le campagne di promozione della
salute appaiono gli studi sulla percezione del rischio, definita
come l'interpretazione cognitiva, affettiva e comportamentale che
il soggetto elabora nei confronti di eventi esterni in grado di
indurgli un danno, che indica quanto una persona è in grado
di percepire come reale un rischio. Essa può essere indipendente
dal livello informativo ma è strettamente correlata con:
- l'alta attitudine al rischio, tratto di personalità che
spinge le persone a ricercare sensazioni forti, a vivere una vita
avventurosa e, nel grado estremo a correre rischi e pericoli che
possono costituire una minaccia per la sua incolumità fisica
e psicologica in una continua sfida con i propri limiti (Cloninger
et al., 1993);
- il locus of control - cioè il grado di controllo che una
persona ritiene di esercitare sul proprio destino - esterno, che
porta la persona ad attribuire alla "fortuna" o al "caso"
il ruolo più importante all'interno della propria esistenza,
e a ritenere che se una persona è sfortunata si ammala indipendentemente
dai comportamenti. Tipicamente queste persone tendono a non mettere
in atto comportamenti preventivi;
- le tendenze autodistruttive;
- l'ambiente socio-culturale di provenienza;
- la cultura del gruppo sociale di riferimento e la pressione sociale
presente in esso;
- la presenza di una relazione affettiva coinvolgente.
4. Le
fasi del cambiamento
Considerando la comune difficoltà incontrata dagli operatori
nel promuovere nuovi comportamenti (abbandono del fumo, acquisizione
di salutari abitudini di vita, ecc.) sono stati sviluppati modelli
per comprendere come le persone cambiano spontaneamente. Tali informazioni
sono particolarmente utili per definire strategie di intervento
diverse in relazione allo stadio di cambiamento nel quale si trova
la persona.
Il modello più utilizzato è quello di Prochaska (1993),
che identifica sei stadi di cambiamento:
Stadio 1: pre-meditazione.
La persona in questa fase non è intenzionata ad agire in
alcun modo, ma comincia ad avvertire la necessità di un cambiamento
nel lungo periodo, sia per convinzioni personali sia per l'influenza
esercitata dal gruppo sociale di riferimento. Cerca nuove informazioni,
comincia a valutare vantaggi e svantaggi del cambiamento, e inizia
a rendersi conto di come il comportamento da modificare influenzi
sia la condizione fisica che i rapporti con gli altri.
Stadio 2: meditazione.
La persona prende coscienza di ciò che sente e pensa in relazione
al comportamento problematico,e comincia a sviluppare una base motivazionale
per modificarlo, anche se non è ancora in grado di agire.
Ci sono persone che restano cronicamente ferme in questa fase e
che sostituiscono il pensare al fare, il loro motto è "se
sei indubbio, non cambiare".
Stadio 3: preparazione.
E' la fase in cui l'individuo opera una scelta cosciente e si impegna
ad agire per cambiare il proprio comportamento problematico.
Stadio 4: azione.
La persona si impegna realmente a modificare il suo comportamento
con partecipazione attiva, definendo anche una strategia di rinforzo
e di mantenimento personalizzata. In questa fase le persone imparano
a ricercare relazioni di aiuto, e acquistano il controllo sulle
situazioni e le cause che influiscono sui loro comportamenti, ad
esempio limitando le circostanze che evocano il problema comportamentale
e ristrutturando il proprio ambiente per evitare le situazioni ad
alto rischio.
Stadio 5: mantenimento.
La persona mostra una consistente e continua modifica dei comportamenti
che può essere duratura fino a fissarsi in un comportamento
stabile. La riuscita di questa fase dipende dai fattori soggettivi
ma anche dalle pressioni sociali del gruppo di riferimento. In questa
fase, che deve durare sei mesi-un anno, per poter gestire eventuali
ricadute, gli individui aumentano le loro alternative per emettere
comportamenti non problematici.
Stadio 6: conclusione.
La conclusione si ha quando non esistono più tentazioni che
possano evocare il comportamento problematico. Rappresenta uno stadio
molto difficile da raggiungere, ad esempio nel caso dell'obesità
meno del 20% delle persone che sono da lungo tempo nello stadio
di mantenimento possono rispondere ai criteri della conclusione.
Le riflessioni
proposte mirano ad evidenziare la necessità di utilizzare
tutti gli strumenti del marketing mix per promuovere la salute,
adattandoli a diversi segmenti della popolazione. Una particolare
attenzione dovrebbe essere posta nella definizione del contenuto
del messaggio e nella scelta del mezzo; si tratta infatti di riuscire
a persuadere le persone a dare un valore alla salute, prima che
ci sia uno stato di malattia, e a desiderare di mantenerla.
Può essere utile a questo proposito ricordare alcuni degli
aspetti che si sono rivelati più importanti nel processo
di persuasione (Piattelli Palmarini 1995):
- l'originalità: nessuno si lascia persuadere da un argomento
che ha già incontrato numerose volte, è necessario
che ci sia qualcosa di nuovo e originale;
- lo stile: per sua natura intima il persuadere esclude non solo
la minaccia e il ricatto ma anche mosse sleali come l'appello alla
pietà o alla fiducia cieca;
- la logica della persuasione, che non coincide con la logica pura:
per persuadere si devono attivare l'immaginazione e il raziocinio,
si devono muovere sentimenti e talvolta passioni, ma sempre in modo
delicato;
- la pertinenza: essere persuasivi significa riconoscere e far riconoscere
all'interlocutore nuove relazioni di pertinenza, a partire dalle
relazioni già presenti e consolidate.
Soprattutto è necessario che la persona sia libera di
lasciarsi persuadere, quindi non solo libera di volere e di
agire, ma anche di pensare, credere e decidere.
Bibliografia
- <<Les
français et le bonheur>>, Le Nouvel Observateur,
3 settembre 1973 (n. 460).
- CloningerC.R.,
Dragon M.S., Przybeck T.R. (1993): "A Psychobiological Model
of Temperament and Character". Arch Gen Psychiatry,
50: 975-990.
- Gadamer H.G.
(1993): Ueber die Verborgenheit del Gesundheit. Suhrkamp
Verlag, Frankfurt am Main. Tr.it. (1994): Dove si nasconde
la salute. Raffaello Cortina Editore, Milano.
- Norman R.
(2001): Reframing Business. When the Map Changes the Landscape.
Tr. it. Ridisegnare l'impresa. Quando la mappa cambia il paesaggio.
Etas Libri, Milano.
- Piattelli
Palmarini M. (1993): L'illusione di sapere. Che cosa si nasconde
dietro i nostri errori. Mondadori, Milano.
- Piattelli
Palmarini M. (1995): L'arte di persuadere. Come impararla,
come esercitarla, come difendersene. Mondadori, Milano.
- Prochaska
J.O. (1993). Working in Harmony with How People Change Naturally.
The Weight Control Digest 3, 249- 254.
- Rotondi P.,
Saggin A. (2002): Persona e Organizzazione. Sviluppare competenze
per valorizzarsi in sanità. McGraw-Hill, Milano.
- Ziglio E.
(2001): L'approccio della promozione della salute e il suo
sviluppo nella regione europea. Punto Omega n. 5/6.

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