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Mercoledì
18 settembre 2002 - ore 14.30
Sesta
giornata di studio
per il Piano per la Salute
"Il
marketing per la salute"
Sintesi
dell'intervento
del
dott. Stefano Inglese
Segretario
nazionale del
"Tribunale per i diritti del malato" - Roma
Vorrei provare a dare una risposta molto chiara, netta e trasparente,
"senza peli sulla lingua" ad una delle domande emerse
all'inizio di questo incontro: il marketing manipola le coscienze?
Parliamo in modo molto nobile ed aulico di qualcosa che in realtà
- molto banalmente e crudamente - è soltanto pubblicità?
Cercherò di rispondere con le considerazioni che svilupperò
in seguito, ma, intanto, vorrei ricordare chi siamo: il Tribunale
per i Diritti del Malato è parte di un'organizzazione generalista
che si chiama "Cittadinanza Attiva". La scelta di questo
nome non è casuale; noi siamo infatti sostenitori convinti
della soggettività dei cittadini e della capacità
che essi hanno di discernere in proprio ciò che è
bene e ciò che è male per loro. Non voglio "fare
della retorica e dell'enfasi a buon mercato", ma siamo fermamente
convinti di ciò. Non abbiamo però atteggiamenti di
ostilità o di avversità precostituita nei confronti
del marketing per la salute. Anzi, ascoltando gli interventi precedenti,
mi sono reso conto che una quantità non insignificante delle
nostre attività, di fatto può essere considerata come
marketing per la salute, anche se, probabilmente, non la conduciamo
al meglio, dal momento che non abbiamo deciso di fare del marketing
per la salute e non possediamo tutte le tecnologie. Credo quindi
che una parte consistente di ciò che facciamo possa essere
ascritto al grande filone del marketing sociale e - lo ripeto -
noi crediamo fortemente nella soggettività dei cittadini.
Nei precedenti interventi, è stato detto che bisogna fare
molta attenzione alla corrispondenza tra ciò che suscitiamo
e ciò che effettivamente mettiamo a disposizione. Noi riteniamo
di agire esattamente nella direzione opposta, nel senso che cerchiamo
di fare informazione ed empowerment nei confronti dei cittadini,
in modo che essi rappresentino un elemento di pressione anche sulle
istituzioni pubbliche e di governo, affinché certe politiche
pubbliche procedano su una strada piuttosto che su un'altra. Questo
è uno dei terreni in cui massimamente ci sentiamo impegnati.
Per spiegare i motivi per cui ho affermato che una parte consistete
delle nostre attività, dal mio punto di vista, può
essere ricondotta al marketing sociale, faccio un esempio. Come
è stato illustrato precedentemente, una parte dei cambiamenti
che si possono suscitare con le attività di marketing sociale
riguarda i valori, come ad esempio sviluppare e sostenere l'adesione
ad un disegno legislativo. Due anni fa abbiamo sviluppato una campagna,
per stimolare una diversa adesione, da parte dell'opinione pubblica,
rispetto ad un disegno di legge sulla terapia del dolore ed abbiamo
ottenuto un risultato consistente. Alla fine della precedente legislatura,
infatti, un gruppo di senatori ha tentato di bloccare quella legge
facendo ostruzionismo; abbiamo messo quell'informazione sul sito
Internet, fornendo ai cittadini gli indirizzi di posta elettronica.
Siamo stati sommersi - e quel gruppo di senatori è stato
sommerso - da un'enorme quantità di messaggi di posta elettronica
che contestavano il loro comportamento. Questa non è stata
l'unica attività che abbiamo compiuto. Da tre anni, su questo
tema, facciamo campagne di informazione e comunicazione - una parte
è anche sul nostro sito Internet - per spiegare ai cittadini:
cosa vuol dire fare una buona terapia del dolore; che cosa l'innovazione
tecnologica mette loro a disposizione; che cosa è possibile
fare e cosa non lo è; che cosa hanno diritto di ottenere
e cosa no. Questo è solo un esempio per dire che effettivamente
mi ritrovo abbastanza con quanto detto nei precedenti interventi.
Mi sembrano molto intriganti alcune delle domande poste dalla prof.ssa
Lalli a proposito della responsabilità a cui, in qualche
modo, si accede governando materie così complesse: la responsabilità
della campagna. Il riferimento a questa responsabilità è
evidente nel momento stesso in cui si individuano, si selezionano
e si propongono determinati stili di vita come modello per tutti.
Si operano delle scelte, ma chi le opera? per nome e per conto di
chi? Fare marketing di una parte così importante delle politiche
pubbliche vuol dire, in qualche misura, entrare in modo pesante
nella vita dei cittadini e della gente. Chi garantisce che si faccia
veramente l'interesse pubblico e collettivo e non si tutelino altri
interessi? Questi sono tutti interrogativi estremamente stimolanti
e con un evidente fondamento di verità. Penso anche tuttavia
che queste cose avvengano comunque, indipendentemente dal fatto
che noi - ed i cittadini - ci poniamo queste domande.
Temo che, in fondo, una riflessione un po' più formalizzata
sul marketing per la salute non faccia altro che evidenziare una
serie di questioni, che comunque esistono ed hanno una loro vita
autonoma, indipendentemente dal fatto che si decida di utilizzare
le tecnologie di marketing per la salute o no. Queste scelte, in
questo momento, sono già compiute: i Piani Sanitari Nazionali
e quelli Regionali esistono e il Ministro esprime la sua opinione
su questi temi; così come gli Assessori Regionali. Il problema
quindi non è tanto discutere lo strumento che si utilizza
per rendere queste scelte e queste politiche raggiungibili in maniera
più efficace; il vero punto è: quali sono i percorsi
attraverso cui queste decisioni vengono assunte. Questo però
è un altro filone che rimanda alla non esclusività
delle forme tradizionali della rappresentanza nel mondo contemporaneo
ed al ruolo di organizzazioni come la nostra e non solo - penso
ad esempio alle organizzazioni dei malati cronici e del volontariato
e a molti altri soggetti che già godono di questo genere
di rappresentanza e di riconoscimento.
Indipendentemente dalla delega ricevuta su certi temi, attraverso
il voto una volta ogni cinque anni
, ci sono questioni sulle
quali si ha il diritto/dovere di interpellare i cittadini nel modo
più trasparente e più chiaro possibile, con un dibattito
vero e non finto. In questo momento, è inutile illudersi;
una gran parte di queste decisioni sono sotto la spada di Damocle
di scelte governate dall'economia. Dico ciò non per fare
il "puro" della situazione, ma perché è
la verità. C'è un interesse, da parte di chi ha maggiori
capacità di governo, a mettere in campo degli interventi
di prevenzione che toccano gli stili di vita piuttosto che altro,
anche perché giustamente e legittimamente si sa che è
fallace non considerare questi aspetti come fondamentali e che in
un'epoca in cui combattiamo di continuo con i budget limitati per
i servizi pubblici, contribuire alla salute, non dico che siano
le uniche motivazioni, ma queste situazioni certamente hanno dato
un'accelerazione non indifferente. Queste questioni sono comunque
già in atto, queste politiche procedono comunque. Quindi,
dobbiamo porci questi interrogativi, che sono tutti sacrosanti e
legittimi, piuttosto riguardo al metodo ed alle modalità
attraverso cui certe decisioni vengono prese.
Tornando al tema di partenza, direi, un po' provocatoriamente, che
dal nostro punto di vista non solo non ci scandalizziamo della parola
"marketing", non ci preoccupiamo dell'utilizzazione di
tecniche di marketing per la salute e, in qualche misura, siamo
convinti di essere noi stessi già in questa barca, ma affermiamo
che bisogna utilizzare effettivamente queste tecnologie di marketing
come uno strumento per raggiungere meglio l'obiettivo, per stimolare
un dibattito che aumenti la trasparenza delle decisioni, Il vero
discrimine è utilizzarle bene, cioè efficacemente,
ottenendo un risultato. Per il resto credo che non ci siano molte
altre questioni dal nostro punto di vista.

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