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Giovedì
18 settembre 2003 - ore 14.00
"Il
marketing per la salute
(i valori, le tecniche, il piano)"
Sintesi
dell'intervento
della Prof.ssa Pina
Lalli
Presidente
Corso di laurea specialistica in
Scienze della comunicazione pubblica, sociale e politica
Università di Bologna
Negli interventi precedenti abbiamo visto diverse
possibili definizioni di marketing sociale, più o meno collegate
a quello che viene detto "marketing commerciale", nonché
varie derivazioni dal marketing commerciale per promuovere la salute.
Abbiamo
inoltre constatato che la tipologia di marketing più vicina
ad un discorso di promozione della salute è anche la più
complessa; forse è proprio qui il problema che continua a
farci discutere.
Per avvicinare la problematica relativa alla complessità
dello spostamento del marketing da un ambito commerciale, che è
quello connotato negativamente, ad una dimensione pubblica, dobbiamo
fare alcune riflessioni.
Nella giornata di studio sul marketing per la salute realizzata
nel 2002, è emersa una precisazione tratta da Kotler, secondo
cui il marketing sociale non serve a vendere prodotti, bensì
a promuovere idee. Esso serve non a vendere idee ma a promuoverle,
quindi non ha finalità commerciali neppure sulle idee.
Un grande pubblicitario canadese proponeva una definizione di questo
genere: in fondo, promuovere idee vuol dire tentare di ottenere
l'adesione a livello graduale da parte dei cittadini a valori necessari
per un cambiamento sociale. Vorrei tentare di riflettere insieme
a voi su questo aggettivo, "sociale", dove a mio parere
sta tutta la questione etica e l'enorme interesse per quanto la
dott.ssa Buiatti prima ci diceva sui vari modi di rappresentare
la realtà.
Cominciamo dal primo aspetto: soffermiamo l'attenzione sulla grande
importanza di quanto ci è stato detto circa il fatto che,
di per sé, non esiste alcuna "oggettività"
dei dati, ad esempio quelli epidemiologici. Inoltre, non solo i
dati non sono oggettivi di per sé, ma richiedono una necessaria
interpretazione, ad esempio nel momento in cui li sottoponiamo a
correlazioni fra questa o quella variabili: ma neppure questo passaggio,
ci diceva la dr.ssa Buiatti, è oggettivo e scontato, perché
non è facile stabilire quale sia la corretta relazione causale
tra i dati, individuando con certezza qule sia la la variabile dipendente
e quale quella indipendente
Questa riflessione è importante
per ricordarci che, nel momento in cui abbiamo dei dati, ce ne serviamo
per ricostruire la realtà in un certo modo, sotto un certo
punto di vista piuttosto che un altro. In altre parole, per ricordare
la nostra responsabilità interpretativa: metodologica, scientifica
e, se si parla anche a nome di un'amministrazione pubblica, di correttezza
informativa nei confronti dei cittadini, i quali non sono tenuti
a conoscere i meandri complessi dei bias concettuali o metodologici,
ma che con pieno diritto richiedono a noi il rispetto di corretti
criteri di base autorevolezza, credibilità e affidabilità.
Pertanto, è fondamentale la consapevolezza del tipo di base
empirica privilegiata e di scelta interpretativa compiuta per predisporre,
organizzare o sostenere in ambito sociale una campagna di comunicazione
o di corretta informazione.
Passiamo al secondo aspetto. Le inquietudini che la parola marketing
solleva sono di vario genere. Se è vero che il marketing
commerciale serve a vendere prodotti, nel sociale, e in particolare
in ambito pubblico, esso serve a promuovere idee ed ha a disposizione
una serie di strumenti sempre più sofisticati e sottili,
che vanno dai mezzi di comunicazione di massa alle strategie di
evento e di interazione coi cittadini. Si può porre allora
un problema di confusione con altre parole connotate negativamente
nei contesti democratici: per esempio manipolazione, persuasione
o, con espressione più sociologica, di esercizio di controllo
sociale. Nel nostro contesto culturale di riferimento siamo abituati
a considerare negativamente questi termini. Pertanto, una ragione
di inquietudine - connessa, del resto, a quanto si diceva prima
- discende dal rischio di presentare una visione parziale della
realtà come definitiva, totalitaria e unitaria, esercitata
a fini di controllo, di persuasione, di manipolazione; in altre
parole, il rischio è che ci sfugga la consapevolezza che
stiamo interpretando e presentando un punto di vista, che certo
consideriamo corretto e signfiicativo, ma che rimane comunque parziale.
Ma assolutizzare tale rischio e considerarlo un motivo di non esercizio
in ambito sociale pubblico può diventare un'arma a doppio
taglio, facendoci correre un rischio ben più fattuale e,
per certi versi, "di comodo": un motivo, o ancor meglio
ancora una "scusa", per non investire risorse nel marketing
sociale, nel marketing di promozione della salute e di adesione
graduale dei cittadini a progetti di cambiamento sociale finalizzati
al miglioramento del benessere collettivo.
Il rischio che non si investano risorse in questo ambito è
enorme, perché la comunicazione e gli strumenti di marketing
ne verrebbero penalizzati, rendendo ancor più difficile tutto
quello che la dott.ssa Mallarini e la dott.ssa Buiatti dicevano
essere così rilevante e che riguarda la complessità
di tutto questo processo, se lo vogliamo fare bene. Ad esempio,
è difficile operare le valutazioni di processo che sono fondamentali
ma su cui spesso non vengono dati né il tempo necessario
né le risorse indispensabili per realizzarle.
Inoltre, c'è anche il rischio di non investire risorse nell'approfondimento
della conoscenza di che cosa sia il marketing nel sociale per la
salute. Non è un problema di risorse solo finanziarie, bensì
di confronto di pratiche e di esperienze, di ricerca scientifica,
di messa insieme di più prospettive disciplinari: quella
aziendale, quella epidemiologica, quella sociologico-culturale-comunicativa,
quella medica.
A mio parere dobbiamo essere grati a questa tavola rotonda, che
ci consente di constatare che nel marketing per la salute ci sono
sì dei rischi, ma senza dimenticare che si tratta di rischi
di consocenza, di consapevolezza più che di non azione; anzi,
il rischio peggiore, se così posso esprimermi, è quello
di non agire e di non approfondire meglio che cos'è e che
cosa potrebbe essere il marketing per la salute e quali pratiche
possano ancora essere promosse e migliorate.
Soffermiamoci sul rischio legato al discorso della manipolazione
ed evocato da questa bella espressione del senso comune, con cui
ha concluso l'intervento la dott.ssa Mallarini: "è un
bel casino". Si potrebbe aggiungere, allora: "è
un bel casino la democrazia". Per certi versi, non governare
in modo democratico è "meno un casino" che governare
in modo democratico, ma ciò non ci impedisce di affrontare
"il casino", il margine ineliminabile di incertezza che
accompagna ogni scelta interpretativa ma che pure non la esime dal
suo necessario impegno e coinvolgimento, esposizione attiva di sé
e delle sue argomentazioni, dall'onestà della nostra informazione.
Infatti, dire che non c'è niente di oggettivo non vuol dire
che rinunciamo ad informare ma solo che impariamo a fare i conti
con l'incertezza e a fronteggiare situazioni sociali e culturali
in cui i cittadini e noi tutti ci troviamo in una situazione sempre
meno chiusa e più aperta ad orizzonti di scelta diversi.
Non abbiamo arbitri assoluti che c'impongano cosa fare o non fare,
ma c'impegniamo ad agire e scegliere in modo riflessivo, assicurando
pari opportunità di accesso alle informazioni utili per operare
confronti e relazioni fra punti di vista, che se sono parziali non
per questo sono indifferenti gli uni agli altri, perché aprono
o chiudono prospettive diverse per comprendere e conoscere idee
favorevoli a cambiamenti che possiamo contribuire a valorizzare.
Tra l'altro quando mai il sapere medico è stato certo e definitivo?
Ciò non ha impedito a tanti settori della medicina di fare
dei progressi. Abbiamo un'aspettativa di vita media molto elevata
e, sempre a proposito di diseguaglianze sociali, esse possono essere
viste anche sul piano globale, verificando ad esempio che a tutt'oggi
abbiamo una durata di vita media di gran lunga superiore a quella
di altri paesi meno avvantaggiati. Proprio il problema delle diseguaglianze
deve spingerci ad affrontare l'incertezza e l'onestà; per
chi lavora dentro istituzioni pubbliche, dal punto di vista etico
diventa imprescindibile affrontare l'incertezza nell'unico modo
che socialmente e storicamente mi pare sia (per quanto ne sappiamo
ora) praticabile: e cioè confrontandoci, interagendo, affrontando
le mediazioni, che sono complesse e richiedono tempo. Quale altro
modo abbiamo al mondo per costruire un significato condiviso, per
costruire possibili cambiamenti? Abbiamo un compito ineliminabile,
proprio perché ci sono stratificazioni, disuguaglianze e
differenze sociali: assicurare il più possibile un'accessibilità
allargata all'informazione. Questo secondo me fa parte dei piani
di marketing; su questi aspetti è fondamentale la ricerca
ed essa va diffusa, anche certo nelle sue incertezze, ma non è
facile. Ad esempio, su Internet ci sono tante informazioni, ma non
tutti sono capaci di gestirle, e quindi devo tener conto da un lato
dell'opportunità di assicurare in genere l'accessibilità,
dall'altro devo riuscire a comprendere in che modo presentare le
informazioni nei vari contesti e nelle varie situazioni. A parte,
naturalmente, il compito di diminuire le disuguaglianze e operare
in modo concreto affinché ci siano sempre meno sperequazioni
nelle opportunità di accesso a questo o a quello strumento
informativo.
E' certamente un percorso complicato ma è l'unica strada
per fare in modo che l'informazione, seppure parziale, non sia utilizzata
come esercizio di manipolazione di qualcuno su qualcun altro; l'unica
possibilità, in qualunque situazione comunicativa, anche
in quella interpersonale, è tentare costantemente di ascoltare
l'altro, rimanendo consapevoli che la prospettiva che si sta proponendo
e in cui si crede è comunque parziale. Anche se si è
convinti che il dato sia inoppugnabile e che questo sia il tipo
di informazione più importante per l'altro e quindi si cerca
di fornirglielo nel modo più accurato possibile, probabilmente
bisogna mantenere la consapevolezza etica che comunque l'altro esiste
ed ha diritto sia di essere ascoltato nella sua prospettiva sia
di riappropriarsi, come cittadino, di ciò che gli si sta
dicendo. E mentre glielo si comunica, si ha anche l'onere di sapere
che non tutti i cittadini sono uguali, perché ci sono differenze
culturali, sociali e di strumenti, di cui si deve tenere conto.
E' un processo circolare, complesso, ma eticamente imprescindibile,
anche perché la manipolazione più grande che potremmo
fare e in modo del tutto inconsapevole è quella di evitare
ogni impegno e coinvolgimento, lasciando fare ad altri. Invece,
nella comunicazione per la salute, esistono oggi nuovi soggetti
pubblici che si stanno muovendo, esistono campagne all'interno di
piani più o meno organizzati di marketing (anche se non sempre
si chiamano così); l'esistenza stessa di questi soggetti
e di questo tipo di comunicazione contribuisce a rendere più
rilevanti alcuni aspetti e problemi rispetto ad altri e, in qualche
modo, condizionano l'agenda delle priorità che una società,
un contesto, un gruppo di politici e di decisori si danno come rilevanti.
Contribuisce a selezionare dei criteri di priorità, per cui
ad esempio si investe più denaro in un certo tipo di malattia
piuttosto che in un altro. Quindi, esercitiamo comunque un'influenza.
Tanto più allora diventa importante mantenere il difficile
ma imprescindibile esercizio di accettazione dell'approssimazione
di un'incertezza. E' questa l'unica pratica in cui possiamo, paradossalmente,
contribuire socialmente a un cambiamento è la costruzione
di valori sociali, diversi, condivisi, ma costruiti assieme ai cittadini.
Spesso nella letteratura sulla comunicazione per la salute, soprattutto
anglosassone, si mantengono alcune dizioni, come il "consumer".
Persino nei manuali avanzati di marketing sociale, permane questo
termine, così come quello di "price". Forse, un
primo passo, pur in apparenza solo nominalistico, può riguardare
anche lo splitting di queste parole: ricordando che non si tratta
di un consumer, bensì di un cittadino inserito nella comunità
e insieme al quale siamo tenuti a costruire le nostre informazioni,
i nostri obiettivi e le nostre priorità, pur nel paradosso
e nella contraddizione che egli ha anche, volendo, pieno diritto
di attendersi l'ultima parola autorevole da noi. Ma è in
questo, oserei dire, "splendido paradosso della democrazia"
che possiamo controllarci a vicenda: cittadini, amministratori,
operatori di marketing, formatori, epidemiologi e aziendalisti.
N.B. Eventuale approfondimento:
per una ipotesi di lavoro relativa al rapporto fra comunciazione
e arene di costruzione dei problemi sociali , cfr. lo schema contenuto
in comunicazione arene comunicative per COM.PA 2003 (PDF
- 262 kb)

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