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Giovedì
18 settembre 2003 - ore 14.00
"Il
marketing per la salute
(i valori, le tecniche, il piano)"
Sintesi
dell'intervento
della Dott.ssa Eva
Buiatti
Agenzia
Regionale di Sanità della Regione Toscana - Firenze
Sono un'epidemiologa e lavoro all'Agenzia Regionale Sanitaria della
Regione Toscana. Il
complicato quesito che mi è stato posto è il seguente:
sono o meno presenti all'interno della struttura pubblica le competenze
"per fare marketing"? A causa della mia impostazione professionale,
per me è più facile dire "per fare i Piani per
la Salute", che sono un patrimonio comune all'Emilia-Romagna
ed alla Toscana. Per questo, parlerò più di Piani
per la Salute che di marketing ma nell'intervento precedente ne
abbiamo visto le connessioni.
L'analisi dei dati, la statistica, l'epidemiologia sono delle professionalità
che sono solidamente in mano pubblica; in realtà qualcosa
c'è anche nel privato, ad esempio nelle industrie farmaceutiche
e nelle assicurazioni, ma la parte preponderante, gli aspetti innovativi
e alti dal punto di vista metodologico, sono contenuti nel sistema
pubblico. Queste professionalità sono un patrimonio utile?
Nel chiedersi questo, ci si domanda a cosa servono i dati: nell'attività
che facciamo e che vorremmo fare in modo integrato tra i vari soggetti,
puntando ad obiettivi di salute, quale funzione hanno i dati? Sembra
una domanda retorica; sembra scontato che sapere quali sono i problemi
della popolazione e fare il Profilo di Salute serve per individuare
le priorità e promuovere così delle azioni che vengono
incontro a dei problemi veri. "Vero" è l'aggettivo
che più facilmente viene aggregato alla parola dato; è
opinione comune che il dato sia vero, mentre il punto di vista,
l'opinione, la soggettività non siano così veri, magari
sono un po' veri, ma non tanto quanto il numero.
In Toscana organizziamo dei corsi per promuovere i Piani Integrati
di Salute, dove il termine "integrato" evidenzia che tanti
soggetti devono concorrere alla costruzione del Piano. In questi
corsi, mostriamo una matrice decisionale per illustrare i criteri
con cui si definiscono le priorità d'intervento, ad esempio
perché si decide di intervenire sul fumo piuttosto che sugli
incidenti o a sostegno dei soggetti non autosufficienti.

Uno
dei criteri utilizzati nella matrice è l'importanza epidemiologica
del problema di salute. Credo che la costruzione del Profilo di
Salute, e quindi l'uso delle tecniche epidemiologiche e non (il
Profilo di Salute contiene infatti anche dati sull'ambiente, sulle
condizioni sociali, ecc.), sia un prerequisito. Sono gli operatori
presenti sul territorio che fanno questo lavoro di parte pubblica.
Nella matrice, abbiamo provato ad indicare anche altri criteri per
definire la priorità dei problemi di salute: condivisione
da parte degli attori coinvolti nel Piano; percezione da parte della
popolazione; fattibilità tecnica dell'intervento; esistenza
di competenze tecniche sul territorio; fattibilità economica
(se non ci sono i soldi è inutile dire che lo si vuol fare,
perché non si riesce a farlo).
Tutti i criteri valgono uguale, cioè non abbiamo pensato
che uno (es. i dati) ne prevarichi in qualche modo un altro (es.
la fattibilità tecnica). Il discorso deve essere condotto
con ragionevolezza: facendo un esempio estremo, i dati possono mostrare
che le malattie genetiche sono molto rilevanti in una certa popolazione,
ma come posso pensare di fare un PPS sulle malattie genetiche, visto
che non esiste una fattibilità tecnica per migliorare quel
problema di salute?
Ho fatto un esempio estremo, ma ci sono altri settori meno estremi
in cui l'importanza epidemiologica non è l'unico fattore
da considerare, anche se credo che comunque un certo ruolo ce l'abbia.
Mi sembra pertanto che il Profilo di Salute, così com'è
cresciuto (quando è nato era molto più semplice) negli
ultimi anni in Emilia-Romagna, in Toscana ed in altre realtà
territoriali, è uno strumento di parte pubblica preliminare
e importante in questo ambizioso sforzo di fare Piani di Salute.
Qui la funzione dell'epidemiologo è ovvia: c'è una
tecnica per mettere insieme i dati e bisogna utilizzarla.
Noi epidemiologi ci poniamo anche in un altro punto del percorso
di realizzazione dei Piani di Salute: la valutazione.

Riteniamo che la nostra professionalità serva per la valutazione
di processo ed anche per la molto più complessa analisi delle
valutazioni di esito. Queste ultime servono per capire se l'obiettivo
di salute è stato raggiunto e quindi se le persone, a cui
quell'intervento è dedicato, stanno meglio di prima, intendendo
per "meglio" un'articolazione vasta del termine: meglio
in termini di salute, di malattia, ma anche più "felici",
cioè in condizioni di miglior benessere non misurabile con
strumentazioni mediche, ma rilevabile domandando semplicemente alla
gente che cosa ne pensa di ciò che è successo. Quindi,
tutti questi strumenti di valutazione e verifica dovrebbero utilizzare
tecniche epidemiologiche, per le quali la presenza di competenze
all'interno del sistema pubblico ci può garantire non dico
la realizzabilità, ma almeno la possibilità di provarci.
Un altro aspetto, forse quello più problematico, è
il ruolo dei dati nella costruzione stessa del messaggio, cioè
di quello che vorremmo che fosse il contenuto del Piano di Salute.
L'esempio degli stili di vita è quello che viene per primo
in mente: la costruzione del messaggio riguarda un comportamento
individuale e, a seconda di come uso il dato nella costruzione del
messaggio, può darsi che influenzi l'esito positivo o negativo
della comunicazione nei confronti delle persone.
Questo è vero non soltanto nel caso degli stili di vita,
ma più in generale, perché nello stesso Piano di Salute
esiste il concetto di interazione tra coloro che costruiscono il
Piano e coloro che lo "ricevono". Non si tratta infatti
di un intervento sanitario, come ad esempio un'operazione chirurgica
in cui il paziente è immobile anestetizzato mentre il chirurgo
opera. Il Piano di Salute comporta di per sé una relazione
tra gli operatori che costituiscono il supporto tecnico e la popolazione,
i cittadini e la comunità coinvolti nel Piano stesso. Pertanto,
l'uso dei dati per costruire il messaggio comporta una crescita
culturale nella capacità di capire come sono fatti i dati
e quindi di interpretarli correttamente. Non voglio qui dire che
l'epidemiologo "imbroglia", ma che lo stesso dato può
essere espresso in modo diverso e questo porta a conseguenze diverse.
I dati non sono neutri e la "realtà" si può
rappresentare in modi diversi.
Faccio un esempio: sulla stampa quotidiana degli ultimi giorni è
uscita un'informazione sui cosiddetti anziani morti da caldo che
si riferisce al Comune di Firenze. Nell'articolo viene presentato
il confronto del numero di morti (questa è la misura epidemiologica
più semplice) nel periodo estivo tra il 2002 ed il 2003 in
diverse classi di età;

viene
così mostrato un aumento del numero dei soggetti deceduti
nel periodo estivo (metà luglio - metà agosto) nel
2003 rispetto al 2002, sostanzialmente a carico delle persone di
75 anni e più. Questa
è un'informazione effettivamente vera, nel senso che se andiamo
a contare, la situazione è così. Non c'è nessun
errore nel dire questo.
Però
posso far vedere questa situazione in un altro modo: comincio il
confronto dal 1998;

i dati sono gli stessi, ma ho cambiato la scala, perché devo
far rientrare anche il 1998 che è stato l'anno peggiore,
dal punto di vista della mortalità. Credo, ma non l'ho fatto,
che se fossi andata indietro nel tempo avrei trovato un andamento
"a gobbe". Se vi avessi riportato l'andamento della temperatura
e della quantità dell'ozono, avrei trovato che essi si muovono
nello stesso modo.
Sono gli stessi dati, ma nel secondo caso si ha l'impressione che
il problema dei decessi da caldo non sia un problema che abbiamo
avuto solo quest'anno, ma che riemerge quando si verificano delle
variazioni climatiche importanti, fenomeno che periodicamente accade.
Il 2003 è stato un anno molto caldo, ma abbiamo avuto altri
anni molto caldi, come per esempio il 1998. Questo trasporta la
problematica dal piano dell'emergenza, dell'eccezionalità,
della situazione particolare a una situazione "più normale"
- e quindi più affrontabile - di prevenzione del caldo, che
può essere uno dei punti su cui ci si può impegnare
in modo anche integrato, perché certamente la soluzione a
questo problema non è solo sanitaria.
Posso anche fare un'altra cosa: considero sempre le stesse classi
di età, lo stesso comune, la stessa popolazione negli stessi
anni, ma anziché prendere il periodo metà luglio -
metà agosto di ogni anno, prendo tutto l'anno.

Mostro quindi l'andamento temporale (1998-2001; non posso avere
il dato del 2003, perché l'anno non è ancora finito)
della mortalità nell'intero anno per le persone di 75 anni
e più. Osservo un andamento piatto. Come mai questa incongruenza?
Come mai non vedo un andamento a "U", con il 1998 che
sale e poi il crollo nell'anno successivo? Non lo vedo perché
le morti da caldo sono anticipazioni della morte; dopo il periodo
estivo di alta mortalità, analizzando a settembre-ottobre
la mortalità nella stessa città, troverò che
meno gente morirà, perché è già morta.
A seconda, quindi, di come pongo il problema della mortalità
negli ultra75enni, la questione della mortalità da caldo
viene fuori oppure non emerge. Per vedere un effetto delle alte
temperature, dobbiamo fare un'analisi basata sui mesi e non sugli
anni, perché nei mesi del caldo c'è un eccesso di
mortalità compensata dal forte calo nei mesi successivi.
Pertanto, la domanda è la seguente: è un obiettivo
di sanità pubblica, "regalare qualche mese in più
di vita" agli anziani? Secondo me, dovremmo domandare agli
anziani stessi cosa ne pensano: secondo loro spendere soldi per
assicurare ventilatori o un adeguato supporto idrico alle persone
sole ultra75enni per allungare loro la vita di qualche mese, sono
soldi spesi bene?
Questo esempio ci dice che bisogna ragionare un po' sull'epidemiologia,
se vogliamo che possa essere utilizzata in processi comunicativi;
infatti, dal punto di vista professionale, come epidemiologi, siamo
rimessi un po' in discussione dal fatto di usare i dati in questo
modo attivo, comunicando a grossi numeri di persone. Dobbiamo quindi
porci alcuni problemi:
- tempestività:
l'epidemiologia, la produzione dei dati che occorre per chi lavora
sul campo deve avere dei tempi adeguati all'azione;
- l'epidemiologia
deve essere pragmatica, cioè occuparsi di ciò che
viene fuori come problema vero; se vogliamo utilizzare l'epidemiologia
all'interno dei Piani di Salute, bisogna ritagliarsi una parte
notevole di pragmatismo;
- l'epidemiologia
deve essere "onesta": la parola "onesta" nel
caso specifico significa che bisogna cercare di mostrare il dato
anche in più modi, sforzandosi di essere articolati nelle
modalità, come ho illustrato per i dati sulla mortalità
da caldo. Bisogna inoltre essere in grado, senza paura, di comunicare
l'incertezza, perché sono incertezze obiettive e non si
può fare a meno di coinvolgere la gente sulle tematiche
delle incertezze.
L'aspetto più innovativo che si sta cercando di capire
anche sul piano pratico a livello delle nostre realtà locali
è come fare a costruire con le persone gli studi stessi.
Il Profilo di Salute che è diventato in tanti casi un prodotto
molto bello, rimane ancora un prodotto tecnico; la parola "rimane"
è riduttiva, dato che il Profilo deve avere un forte contenuto
tecnico, ma bisognerebbe forse decidere prima come farlo insieme
anche con altri, perché come avete visto a seconda di come
analizzo i dati e di come li produco cambia il risultato. Allora
il tecnico decide le modalità tecniche, in termini di "cosa
è possibile fare"; però, "dove vogliamo
arrivare", e quindi come organizziamo lo studio e cosa vogliamo
studiare, è una tematica che andrebbe condivisa di più
rispetto a quello che tutti noi ancora facciamo.

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