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Giovedì
4 aprile 2002 - ore 14.00
Quarta
giornata di studio
per il Piano per la Salute
"Internet
e promozione della salute"
Sintesi
dell'intervento del Dott. Sandro Spinsanti
Janus
- Roma
Comunicare
ed informare: quale empowerment per il cittadino
Where his the
wisdom we lost in knowledge?
Where
is the knowledge we lost in information?
T. S. Eliot
I
versi di Eliot che abbiamo posto in esergo delineano
uno scenario che in inglese si chiamerebbe slippery slope, ovvero
"china fatale": "Dov'è la sapienza che abbiamo
perso, facendola diventare conoscenza? dov'è la conoscenza
che abbiamo perso, facendola diventare informazione?". L'incontro
tra chi soffre di una patologia e chi offre servizi finalizzati
alla guarigione diventa sempre più spesso uno scontro, con
la tendenza a spostarsi dall'ospedale e dall'ambulatorio alle aule
dei tribunali; la comunicazione è frequentemente un dialogo
tra sordi; l'informazione invece sembra essere diventata centrale
nel rapporto clinico, soprattutto sotto forma del cosiddetto "consenso
informato". È ormai routine sottoporre al paziente che
deve affrontare un intervento diagnostico invasivo, un'operazione
chirurgica o un trattamento terapeutico un modulo da sottoscrivere,
nel quale - nella migliore delle ipotesi - è descritta la
natura dell'intervento medico, le indicazione e controindicazioni,
gli effetti collaterali, le alternative possibili. Nella peggiore
delle ipotesi, che poi nella realtà è la più
frequente, le informazioni sono sommarie, mentre tutto l'interesse
appare finalizzato ad avere il consenso del paziente, materializzato
nella firma in calce al modulo. Se qualcuno avanzasse proteste,
potrebbe ricevere come risposta: "Che cosa vuole, queste sono
le esigenze della bioetica!".
Ma è proprio questa la pratica che il movimento della bioetica
intendeva promuovere? Il dubbio è più che legittimo.
Ripercorrendo la strada fatta dalla bioetica in trent'anni - aiutati
anche da un anniversario: il neologismo è stato proposto
nel 1971 dal ricercatore oncologo Van Rensslaer Potter con l'opera
Bioethics: a bridge to the future - ci rendiamo conto che molte
delle ispirazioni originarie sono andate perdute per strada. Il
terreno di coltura del movimento è stato il richiamo alle
humanities. Riflettendo sulla crisi della medicina che, a dispetto
degli spettacolari successi terapeutici e tecnologici, si stava
già profilando, alcuni spiriti dotati di quella genialità
innovativa che gli americani chiamano "vision" proposero
la cura delle humanities. Il sapere che nasce dal tronco della tradizione
umanistica aveva bisogno di rivendicare la sua importanza per la
società. La medicina e i professionisti della sanità,
da parte loro, dovevano riconoscere l'incompletezza dei loro sforzi,
se orientati unicamente ad accrescere il sapere scientifico. L'idealismo
dei pionieri - tra i quali ci limitiamo a menzionare il solo Edmund
Pellegrino, della Georgetown University - era sostenuto economicamente
dal "Fondo nazionale per le humanities" mediante un sostanzioso
stanziamento destinato a promuovere un riavvicinamento tra formazione
umanistica e formazione tecnologica, non solo in medicina ma anche
in altri ambiti professionali.
L'analisi da cui era partita la vigorosa azione promossa dal "Fondo
nazionale" aveva identificato, con un senso di allarme, lo
scollamento tra la cultura scientifico-tecnologica e quella umanistica:
la prima sembrava andare per conto proprio, come sorretta da una
metafisica di autogiustificazione, senza alcun bisogno di analisi
concettuale e di verifica delle sue finalità e del rispetto
di esigenze etiche; la cultura umanistica, da parte sua, era completamente
isolata, incapace di incidere nella società, riluttante a
impegnarsi in un confronto serrato con gli scopi, i metodi e le
pratiche scientifiche. Le conseguenze del distacco erano particolarmente
sensibili e preoccupanti in campo medico: la conoscenza e il potere
si erano estesi così rapidamente da distanziare la capacità
di riflessione. Con riferimento al distico di Eliot, il problema
individuato era uno scivolamento progressivo dalla sapienza verso
la conoscenza (applicata).
Il neologismo "bioetica" era destinato a raccogliere le
spinte del movimento delle medical humanities e a rappresentarle
presso l'opinione pubblica. La scelta è stata quasi casuale.
Come ha raccontato Warren Reich, lo studioso cui si deve la prestigiosa
Encyclopedia of Bioethics (1978), che ha consacrato il termine e
fondato la disciplina, fino all'ultimo ha esitato se chiamare l'opera
progettata di "bioetica" o di "etica medica".
Ha preferito alla fine il neologismo perché gli ha attribuito
la potenzialità di introdurre una nuova pratica di riflessione,
caratterizzata dall'interdisciplinità: si aspettava che la
nuova denominazione favorisse un dialogo, finora inedito, tra la
scienza, la medicina, la filosofia morale, la religione e le altre
discipline afferenti alle humanities. Il neologismo ha poi stravinto.
Ma è legittimo avanzare l'interrogativo su quanta parte del
progetto originario si sia persa per strada.
Metterebbe anche conto chiedersi quanto sia responsabile la bioetica
- specialmente quella prodotta dall'attivissima fucina dei centri
e degli studiosi statunitensi - di un'enfasi eccessiva posta sul
principio dell'autonomia, promosso a fulcro della nuova pratica
medica. L'autodeterminazione del paziente è stata considerata
come "l'uscita dalla minorità imputabile a se stessi"
che, secondo Kant in Che cos'è l'Illuminismo?, costituisce
l'ingresso della modernità. Dalla centralità del principio
dell'autonomia deriva l'esigenza dell'informazione, considerata
come il presupposto necessario al consenso ("Dov'è la
conoscenza che abbiamo perso, facendola diventare informazione?",
sarebbe l'amaro commento di Eliot).
La deriva verso l'informazione, sempre più lontana dalla
comunicazione e dall'incontro interpersonale, è molto marcata
nella realtà culturale italiana. La bioetica non è
scaturita da un movimento analogo a quello delle medical humanities
americano. Le iniziative recenti di promozione degli studi umanistici
- basti citare la Scuola superiore di studi umanistici di Bologna,
diretta da Umberto Eco, e l'Istituto internazionale di studi umanistici
di Firenze - non lambiscono neppure marginalmente il mondo della
medicina. Bisogna riconoscere che impulsi determinanti per lo sviluppo
della bioetica sono venuti piuttosto da quel cambiamento di rapporti
tra pazienti e professionisti sanitari che ha reso questi ultimi
sempre più esposti sul fronte giudiziario. In questo senso
la vicenda della diffusione di quella pratica che ha assunto il
nome di "consenso informato" è emblematica.
Quando nel 1992 il Comitato nazionale per la bioetica proponeva
il documento Informazione e consenso all'atto medico, nel quale
il consenso informato veniva descritto come "una più
ampia partecipazione del cittadino alle decisioni che lo riguardano",
la federazione Nazionale degli Ordini dei medici rispondeva ufficialmente
di non sentirsi vincolata da quelle indicazioni, che contrastavano
con il dettato del Codice deontologico. Questo infatti attribuiva
ancora al medico la discrezionalità nel fornire o no le informazioni
al paziente, a seconda che le ritenesse opportune a favorire la
salute del paziente. Nel giro di pochi anni, nelle successive revisioni
del Codice del 1995 e 1998, la formulazione cambiava radicalmente.
Veniva riconosciuto il diritto esclusivo del cittadino di essere
informato, rafforzato dalle disposizioni legali di tutela della
privacy. L'impressione tuttavia è che i comportamenti dei
sanitari non siano stati influenzati dalle norme deontologiche,
quanto piuttosto dal timore di procedimenti giudiziari. Sentenze
clamorose hanno visto la condanna di medici che avevano preso decisioni
regolandosi, secondo la classica formulazione, "in scienza
e coscienza", omettendo di informare il paziente e di ottenerne
il consenso. La ricerca di una medicina "sicura" è
diventata una priorità e ha spianato la via a un uso del
consenso informato - per lo più ridotto a modulistica da
sottoscrivere - in senso difensivo. Così appare conclusa
la parabola che dall'incontro tra medico e paziente - che ancora
per Karl Jaspers costituiva una situazione di suprema densità
antropologica - porta al nudo processo informativo: senza coinvolgimento
empatico e senza esigenze di virtù, senza richiesta di relazione
e sostanza etica, che non sia quella del rispetto formale dei diritti.
Speculare e contrapposta alla slippery slope, è necessario
immaginare un'altra via: dall'informazione alla comunicazione, dalla
comunicazione all'incontro, come una ricerca del centro di gravità
che conferisce equilibrio e forza alla pratica della medicina. L'informazione
- che ormai costituisce la struttura portante dell'empowerment del
cittadino che accede ai servizi sanitari - dobbiamo immaginarla
in un contesto comunicativo, dove l'ascolto attivo gioca un ruolo
fondamentale. Sullo sfondo, quale meta ideale, intravediamo quel
denso incontro che non è solo uno scambio tra chi è
portatore di un bisogno e chi ha risposte efficaci, ma uno scambio
tra coscienze. "La vita, amico, è l'arte dell'incontro",
proclama il poeta Vinicio De Moraes. Non lo è da meno per
la medicina, rispetto a tutte le altre situazioni cruciali della
vita.

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