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Mercoledì
5 settembre 2001 - ore 9.00
Giornata
di studio
"Il
Profilo di Salute della provincia di Modena:
valutazioni e approfondimenti"
Sintesi
dell'intervento del Dott. Marco Biocca
Resp.
Area di programma Salute, ambiente e lavoro
Agenzia Sanitaria Regionale
Vorrei entrare
nel merito di alcune considerazioni, liquidando in poche parole
l'interesse delle Regione che voi conoscete già. L'interesse
della Regione per i PPS è stato manifestato nel Piano Sanitario
Regionale. Credo che all'inizio nella maggioranza di tutti noi ci
fosse un certo scetticismo sull'effettiva possibilità che
questa parola d'ordine "Piani per la Salute" potesse avere
un seguito. 
I fatti hanno contrastato questo scetticismo: c'è stato un
investimento politico della Regione, degli Enti Locali e forse c'è
anche un investimento nelle Aziende Sanitarie.
Oggi abbiamo un quadro di ricerca, di tentativi, di prove, di sperimentazioni
di cui Modena è sicuramente una delle punte più significative.
Credo che si sia in un momento particolarmente vivace e interessante
e che valga la pena di "provarci fino in fondo". Il ruolo
che svolgo assieme alla Dott.ssa Bianca Maria Carlozzo in Agenzia
Sanitaria è proprio questo: cercare di lavorare assieme,
in modo che tutti gli esperimenti migliori vengano a galla, si confrontino
tra di loro, ci aiutino a trovare le strade più appropriate,
tenendo conto che la complessità dei fenomeni che stiamo
affrontando è molto grande ed anche la varietà delle
possibili soluzioni è molto ampia. Non esiste un ricettario
già pronto.
Vorrei fare alcune osservazioni sul Profilo. Probabilmente lo possiamo
chiamare "lo strumento di comunicazione sui rischi per la salute
più diffuso universalmente". Non conosco altri strumenti
che abbiano una tale diffusione, nel senso che ci sono mille tipi
di profili di salute: dall'OMS alle piccole città (i profili
di salute di Città Sane viene fatto anche nelle piccole città).
E' evidente che i problemi di salute sono sempre gli stessi (non
è che noi qui stiamo parlando di cose differenti rispetto
alla Toscana), ma nei profili devono essere affrontati e trattati
con la sensibilità, le capacità, l'attenzione e in
base alle scelte che in ogni località si considerano più
giuste.
C'è qualcosa prima dei profili e c'è qualcosa dopo.
Prima dei profili ci sono i dati che vengono raccolti. Nella maggior
parte dei casi, essi non vengono ricercati per i profili, ma vengono
raccolti da organizzazioni, da centri di ricerca o da qualsivoglia
entità che raccolga dei dati affidabili e normalmente vengono
poi diffusi attraverso strumenti monotematici, quali annuari, bollettini,
banche dati, ecc. Questo è quello che viene prima. In qualche
modo, le ultime parole della dott.ssa Eva Buiatti si ricollegano
a ciò: possiamo identificare una lista di indicatori che
poi seguiamo e ci portiamo dietro (naturalmente questi indicatori
devono avere un certo significato). Potremmo richiamare anche le
parole di Agenda 21: noi non abbiamo parlato delle generazioni,
anzi abbiamo parlato delle generazioni precedenti, mentre da Agenda
21 ci viene un avvertimento "badate che dovete fare delle cose
che rimangano, non ve le dovete bruciare subito". Allora penso
che probabilmente non sia molto importante ogni quanto tempo si
compiono certe valutazioni, anche se credo che sia un nostro dovere
informativo organizzare delle informazioni che poi mantengano una
linea di base, la cui evoluzione può essere osservata nel
tempo per vedere cosa sta cambiando. Questo aspetto dovrebbe esserci
nel profilo, cioè ci dovrebbe essere una base di informazioni
che poi nel tempo rimane.
Il profilo, così come lo abbiamo immaginato fino ad ora (anche
se come vedete nella discussione di oggi la situazione sta cambiando),
ha avuto prevalentemente il significato di offrire, in forma sintetica,
dati che non necessariamente avevano immediatamente una finalità,
se non quella di descrivere un profilo: la Toscana lo ha messo di
faccia, noi lo mettiamo di lato, ma è sempre una descrizione
che, di per sé, non è necessariamente finalizzata
a qualcosa. La Toscana ha peraltro giocato molto sull'aspetto estetico,
cercando anche di attirare l'attenzione su quanto è stato
scritto. Il profilo può anche avere solo un valore estetico
(dando a questo termine non necessariamente un significato negativo),
comunque non legato ad una finalità. Allora, tutti noi, ad
un certo momento, sentiamo la necessità di trasformare questo
strumento in un altro che è legato ad un obiettivo, ad una
finalità. Normalmente quando facciamo questa operazione gli
cambiamo anche il nome: non lo chiamiamo più profilo né
ritratto, bensì di solito gli attribuiamo un termine molto
generico, che non dice niente (ma non ne abbiamo uno migliore),
cioè "rapporto sullo stato di salute". Questi ultimi
non sono dei profili, sono già delle scelte, legate sostanzialmente
a due ordini di problemi:
1. L'esigenza di programmare e di pianificare delle attività:
per esempio, l'esperienza sull'organizzazione dei dati sugli anziani,
che ci ha presentato la dott.ssa Eva Buiatti, aveva questa principale
finalità di impostare piani futuri su questo argomento (come,
cosa, ecc.). Da questo punto di vista, un lavoro di questo tipo
ha bisogno anche di un altro elemento: le evidenze su soluzioni
già utilizzate, le loro possibilità di successo, i
limiti, gli errori già commessi, ecc. Se vogliamo fare un
rapporto che serva a programmare un intervento sugli anziani, abbiamo
bisogno di dare dei dati che permettano di fare delle previsioni,
di descrivere situazioni attuali e anche di pesare le eventuali
possibili soluzioni (sulla base di elementi scientifici);
2. l'altra possibilità di utilizzo di questo strumento è
di andare a monitorare il Piano, che già esiste. In questo
caso, gli indicatori sono dettati dal Piano (non ce li possiamo
inventare) e la periodicità ha un suo significato, perché
il Piano ha una temporizzazione. Nasce dunque la necessità
di costruire rapporti periodici di monitoraggio dell'applicazione
di certi programmi, obiettivi ed iniziative.
Questo, secondo me, è lo schema logico che dobbiamo tenere
presente, perché sono tre tappe completamente differenti.
Questa terza tappa del rapporto evidentemente ha bisogno della pertinenza,
della finalizzazione e dell'utilità in maniera più
marcata. Torno però al profilo perché è un
anello di questa catena. Anch'io a un certo momento ho pensato "ma
cosa ce ne facciamo dei profili? perché dobbiamo avere un
profilo, se tutto sommato abbiamo una buona base di dati?"
Più avanti vado e più mi rendo conto che il profilo
è un passaggio inevitabile, in cui ci rafforziamo anche noi.
Il profilo è uno strumento di comunicazione, per cui è
evidente che deve essere uno strumento con il quale si comunica
e in genere si comunica in due o in più (abbiamo detto che
gli stakeholders sono molti). Concordo pienamente con il prof. Liberati,
quando dice che gli strumenti di comunicazione sono diversi e vanno
tarati a seconda delle situazioni. Questo è uno strumento
che si rivolge a molti; in particolare, io credo che si rivolga
soprattutto ai cittadini "competenti". Questa parola divertente,
di cui rivendico la paternità, vedo con piacere che è
stata usata a Modena, ma in maniera leggermente differente. Nel
mio modo di usarla, i cittadini competenti sono quei cittadini non
epidemiologi che si occupano degli stessi argomenti degli epidemiologi
e che hanno un peso nelle decisioni e nell'orientamento delle scelte.
I sindaci che si occupano di Piani per la Salute sono cittadini
competenti, perché hanno una competenza nel dover prendere
delle decisioni e devono anche farsi una competenza, intesa come
conoscenza, per poter prendere le decisioni nel miglior modo possibile.
Allora se, come accennato il profilo è uno strumento per
i cittadini competenti, ne consegue che tutti gli sforzi di renderlo
sintetico e facile da leggere sono positivi, poiché la forma
ha un'importanza sostanziale. Inoltre poiché per comunicare
bisogna essere almeno in due, è necessario ascoltare e capire
cosa ha da dire l'altro. La mia sensazione è che dovremmo
ascoltare di più: raccogliere cioè altre informazioni
che rappresentino gli orientamenti, gli atteggiamenti, le attese
e anche le scelte dei cittadini. La salute infatti non è
soltanto un elemento obiettivo, ma è anche il modo in cui
viene vissuta la salute stessa e l'insieme delle preferenze che
si desiderano in termini di salute. Credo quindi che abbia assolutamente
ragione il sindaco di Castelfranco, quando dice "a me interessa
sapere quanti saranno gli anziani e che tipo di assistenza c'è
adesso, ma anche quale tipo di assistenza i cittadini vorrebbero
che ci fosse e come giudicano l'offerta che c'è adesso".
Questo problema si rende sempre più evidente, perché
è in discussione il modello organizzativo che noi abbiamo
attualmente: vengono fuori proposte di modelli organizzativi di
offerta di servizi sanitari e sociali che sono differenti. Se riteniamo
che questo sia un modello che funziona, dobbiamo in qualche modo
anche condividere questa opinione con i cittadini e quindi dobbiamo
conoscere cosa pensa la gente. Mi sembra quindi che un profilo di
salute debba essere anche lo strumento attraverso il quale noi permettiamo
ai cittadini di parlare; a tal proposito, dovremmo sforzarci di
trovare il modo per realizzare tutto ciò (lo dobbiamo trovare,
non c'è una fonte informativa per cui basta aprire il file
per trovare le tabelle pronte). Il profilo diventa così uno
strumento di comunicazione, perché riporta sia le conoscenze
di tipo tecnico-scientifico, sia le conoscenze sull'opinione delle
persone, e perché è uno strumento che può essere
condiviso per la programmazione e poi per la verifica delle attività
da svolgere. Ecco perché non dobbiamo perdere questo anello
della catena; naturalmente tenendo conto degli anelli che vengono
prima e dopo (non attribuire al profilo più funzioni di quelle
che deve svolgere). Un rapporto non può occuparsi di tutti
i problemi di salute di cui si occupa un profilo, deve fare delle
scelte di tema e di taglio (in base a quali criteri si adottano
certi indicatori e si identificano certi obiettivi, ecc?).
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