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Venerdì
26 ottobre 2001 - ore 15.00
Giornata
di studio
"Dall'ascolto
alla partecipazione:
il laboratorio del cittadino competente"
Sintesi
dell'intervento del Prof. Franco Berrino
Direttore
Servizio Epidemiologia Ist. Nazionale
per lo studio dei tumori Milano
Quando
la dott.ssa Daghio mi ha invitato per questa giornata e mi ha spiegato
di cosa si trattava, non sapevo niente di questa iniziativa e mi
è venuto in mente Ivar Oddone, un medico che seguiva i lavoratori
dell'azienda elettrica municipale di Torino. 
Si trattava di lavoratori che si trovavano in condizioni di lavoro
estremamente diverse: c'erano quelli che seguivano le dighe in montagna,
quelli che seguivano le linee elettriche, quelli che seguivano le
centrali, quelli che andavano a mettere i contatori a casa della
gente: Ivar Oddone è stato l'inventore del concetto di "gruppo
omogeneo". Il gruppo omogeneo è diventato un cavallo
di battaglia delle lotte operaie per la salute negli anni '60-'70
ed un cavallo di battaglia anche di alcune frange del sindacato.
Oggi non è quasi più un cavallo di battaglia, salvo
forse per qualche gruppo legato alla medicina democratica.
Allora c'erano tre concetti guida: uno era quello del gruppo omogeneo,
l'altro era quello della non delega e il terzo era quello di validazione
consensuale.
Ivar si era accorto che, incontrando i lavoratori, imparava molto
più lui sulle condizioni di lavoro e sul rapporto tra le
loro condizioni di lavoro e le loro malattie di quanto lui non fosse
in grado né di conoscere prima, né di spiegare ai
lavoratori. Il gruppo omogeneo è un gruppo di lavoratori
che si trova ad operare nelle stesse condizioni di lavoro, magari
da 20-30-40 anni e che quindi conosce a fondo queste condizioni,
tutto quello che è successo ai compagni di lavoro e di che
cosa si sono ammalati. E' il lavoratore competente che sa insegnare
al medico onesto e competente dove sono i punti critici. Da questa
interazione nasce il concetto di non delega, cioè di non
delegare al medico burocrate, al medico di fabbrica la gestione
della salute. Il medico deve prima imparare dall'enorme esperienza
di vita dell'utente.
Leggevo su un recente giornale che nella zona di Siracusa c'è
una fabbrica in cui gli operai si sono resi conto, parlando tra
di loro e conoscendosi, che ci sono stati tre casi di bambini nati
con lo stesso tipo di malformazione dell'uretere (racconto la storia
così come l'ho letta sul giornale, non ho informazioni in
più), per cui ci sono un reflusso urinario, pielonefriti
... di fatto questi bambini hanno uno dei due reni in condizioni
pietose. Questo è successo a distanza di anni e la storia
si ripete, perché questi lavoratori si sono scontrati con
l'incompetenza dei medici,
ma giustamente incompetenza, perché
si tratta di una fabbrica di vetro-resina in cui non è mai
stato descritto nulla del genere; l'articolo dice che lì
si usa una dimetilanilina che non è particolarmente sospetta
né di cancerogenicità, né di mutagenicità,
però bisogna sempre pensare che le aniline possano fare qualcosa
sul tessuto delle vie urinarie. In quel caso, quindi, quello che
dovrebbero fare il medico ed il sistema sanitario è di prestare
attenzione a quello che valuta il gruppo omogeneo.
Ho fatto questi esempi come introduzione. Per tanti anni mi sono
occupato di patologia professionale, poi sono andato a lavorare
all'Istituto Tumori, per cui ho spostato la mia attività
di ricerca sempre nell'ambito della prevenzione sul tabacco, mi
sono occupato di screening, di diagnosi precoce oncologica ed ultimamente
mi occupo molto di più di alimentazione. In tutta questa
esperienza di 30 anni di programmi di prevenzione, di valutazione
di progetti di prevenzione, sempre mi sono posto il problema della
differenza fondamentale che esiste tra l'utente dei programmi di
prevenzione e l'utente della medicina in generale, tra utente e
paziente. Il paziente si trova in una condizione di urgenza, di
dovere risolvere il suo problema e, dopo un po' di esplorazione
del territorio, deve affidarsi a qualcuno; poi è molto importante
parlare di non delega anche per i pazienti. Credo che sia prioritario
parlare di non delega nei confronti dei programmi di prevenzione.
I programmi di prevenzione vengono o imposti per legge o comunque
raccomandati, sponsorizzati e pubblicizzati dalle istituzioni, come
se ci si rivolgesse a dei pazienti e non a dei cittadini sani, come
se ci fosse qualcosa di immorale per il cittadino nel non accettare
i programmi di prevenzione. I programmi di prevenzione vengono sempre
presentati illustrandone i benefici, non vengono mai presentati
illustrandone i rischi. Non so adesso cosa succeda, perché
sono tanti anni che sono un po' lontano dalle cose sul campo.
Ho avuto recentemente una lunga e simpatica discussione con gli
epidemiologi che gestiscono il programma di diagnosi precoce del
tumore della mammella a Milano (è partito un grande programma
anche a Milano, dove tutte le donne milanesi vengono invitate a
fare la mammografia, al di sopra di una certa età) e all'inizio
l'atteggiamento era "ma noi non possiamo parlare dei rischi
della mammografia, perché questo ridurrebbe la partecipazione".
Ma io dico "ma come? Noi dobbiamo parlare dei rischi della
mammografia". Poi credo che questo sia stato il primo programma
in Italia, dove, nel bugiardino per invitare le persone, si menziona
l'esistenza di rischi: i rischi di falsi positivi (che la mammografia
faccia sospettare un cancro, comportando anche - fortunatamente
in una piccola percentuale dei casi - una biopsia, senza che ci
sia il cancro) o di falsi negativi (il cancro c'è, ma la
mammografia non lo vede). Non so, oggi, se nei programmi di vaccinazione
della ASL, alle famiglie dei bambini venga menzionato che possono
esserci dei rischi delle vaccinazioni: sono rischi molto rari, ma
esistono.
Un altro aspetto che costituisce un problema etico profondo da parte
dei professionisti della prevenzione è "qual è
il livello di certezza scientifica al di sopra del quale dobbiamo
promuovere il programma di prevenzione, dobbiamo promuovere l'informazione
e le raccomandazioni, dobbiamo parlare alla gente e dire cosa fare?".
Purtroppo il livello di certezza non è mai assoluto. Oggi
possiamo essere molto certi di una cosa e poi domani scoprire che
è una fesseria. E la storia dei programmi di prevenzione
è abbastanza triste da questo punto di vista, perché
- mi sto riferendo ai programmi di prevenzione delle malattie croniche
- molto spesso ci si è accorti che quello che si raccomandava
era una fesseria. Quindi questo problema di qual è il livello
di certezza, di sicurezza scientifica, che fa superare la soglia
e fa dire "ne sappiamo abbastanza, dobbiamo dire alla gente
che questa cosa si deve fare o non si deve fare, perché sappiamo
che può essere benefica o pericolosa", io credo che
bisogna affrontarlo. A un certo punto, la nostro convinzione è
tale che ci si riunisce in gruppi di lavoro per valutare complessivamente,
per discutere tra esperti su questo grado di certezza e poi si prende
la decisione. L'importante sarebbe riuscire ad esplicitare questo
livello di certezza anche in pubblico e non dire "gli esperti
sono certi e quindi è sicuramente così". Gli
esperti sono certi, ma ci sono dei dubbi, rimangono dei problemi.
Ci sono tantissimi esempi: la terapia ormonale sostitutiva in menopausa
è un campo in cui ci sono degli schieramenti molto diversi.
Dietro ai programmi di prevenzione c'è un enorme interesse
finanziario e dell'industria, per cui sarebbe bene che questo interesse
fosse trasparente, anche all'utenza, per scoprire il business che
c'è dietro la raccomandazione e quanto è grande questo
business. Non voglio parlare male dell'industria, voglio solo dire
che l'interesse dell'industria non è sempre trasparente e
l'industria è la principale confezionatrice di informazione
sia nei confronti del medico che del pubblico. Quindi il cittadino
competente deve in qualche modo essere aiutato a districarsi e ad
avere una visione critica nei confronti del messaggio che arriva
e da dove arriva questo messaggio. La terapia ormonale sostitutiva
è un grande esempio, perché è un grandissimo
affare e l'industria ha sistematicamente convinto le associazioni
professionali (dei ginecologi e dei medici di base) a trasmettere
dei messaggi incompleti, dei messaggi sui benefici, minimizzando
quelli sul rischio. Non c'è solo questo; ci sono certe raccomandazioni
che i medici hanno fatto su certi consumi alimentari, come sul consumo
di carne che serve per l'anemia, per cui ai bambini di sei mesi,
che non hanno ancora i denti, viene detto che devono mangiare mezz'etto
di carne al giorno altrimenti - chissà cosa succede - diventano
bambini con terribile anemia. Dov'è la logica di ciò?
Eppure c'è scritto sui libri di pediatria: Regolarmente si
calcola quanto ferro c'è in un bambino alla nascita e a 1
anno, quanto ferro viene assorbito dalle pappe, quanto dalle verdure,
quanto dalla carne e poi si conclude che l'unica possibilità
è mangiare carne per poter sopperire a questo quantità
di ferro .. salvo però che gli studi, fatti negli anni '40,
misurando quanto ferro c'era alla nascita e quanto ad 1 anno in
bambini che stavano bene, erano stati fatti su bambini che non avevano
mangiato carne. Però questi studi erano stati finanziati
da delle ditte ed i pediatri sono stati condizionati da questo.
I pediatri sanno bene quanto è grave un'anemia in un bambino,
ci sono delle condizioni in cui è importante dare la carne
ad un bambino (ad esempio, ad un bambino nato sottopeso, prematuro
o che ha condizioni patologiche). Però le raccomandazioni
preventive passano e poi rimangono nella storia culturale della
medicina, rimangono nella storia professionale, sono delle cose
talmente ovvie che i medici non si chiedono nemmeno più qual
è il loro senso. La stessa cosa vale per le raccomandazioni
dei medici di mangiare molto latte e molto formaggio per prevenire
l'osteoporosi durante la menopausa; non c'è la benché
minima prova che serva a qualcosa; ma ci sono tutti questi contrasti:
la signora che ha il colesterolo alto, ma deve mangiare mezz'etto
di parmigiano al giorno. L'ovvietà di certe pratiche preventive
è da mettere sistematicamente in discussione; l'esperienza
è che il corpo medico riesce a metterla in discussione, ma
ci mette dei decenni prima di riuscirci.
La sovrabbondanza dell'informazione non è sempre ingenua,
gratuita (ciascuno dice la sua: ci sono internet, ci sono i giornali,
); la sovrabbondanza dell'informazione spesso è voluta
e studiata. Anche sul tabacco c'è una sovrabbondanza di informazione;
così pure sull'amianto. Ogni qualvolta è possibile
l'industria del tabacco mette delle informazioni sul mercato, dicendo
che ci sono dei contrasti di opinione tra gli esperti relativamente
a se il tabacco causa o meno questa cosa, se è sufficiente,
se è il fumo passivo
, perché causando una sovrabbondanza
di informazione il tabacco viene messo sullo stesso piano della
dieta delle castagne. Ci sono degli esperti che pensano che la dieta
delle castagne serva per far dimagrire, degli altri che pensano
che dormendo si dimagrisca; così ci sono quelli che pensano
che il tabacco faccia male e altri che pensano che non faccia niente.
C'è un meccanismo di questo tipo.
Recentemente leggevo un articolo sulle due torri, che diceva che
queste torri sono state costruite proprio mentre ci si accorgeva
che non bisognava usare l'amianto nell'edilizia, perché è
cancerogeno, mentre nei grattacieli tipicamente le strutture metalliche
vengono spruzzate di amianto (e anche di quello pericoloso), perché
così, in caso d'incendio, questo rivestimento di amianto
rallenta un po' la fusione e quindi il crollo del grattacielo. Ebbene
solo una delle due torri è stata costruita per metà
spruzzando amianto, mentre l'altra torre non è stata costruita
con amianto, ma sono stati utilizzati altri prodotti. L'articolo
era ben fatto; esso dice di non voler sostenere che se ci fosse
stato l'amianto non sarebbero crollate le torri, ma che magari sarebbero
crollate qualche minuto dopo e questo avrebbe permesso ad un po'
più persone di salvarsi. L'articolo era ben confezionato
e una redatrice della nostra rivista "Epidemiologia e prevenzione"
si è accorta che esso riportava la stessa firma di uno che
sistematicamente scrive per una multinazionale del tabacco. Ci sono
queste agenzie di informazione giornalistica. L'articolo era ben
fatto e non c'era niente di censurabile in questo articolo, ma tutti
sono pronti, là dove ancora il mercato dell'amianto è
possibile, a cogliere subito la cosa .
Parliamo della comunicazione dei problemi legati all'efficacia degli
screening in oncologia, che sono problemi di una complessità
metodologica sconvolgente, uno degli argomenti più difficili
che ci sia nel nostro mestiere. Negli anni '60 - allora l'unico
screening che si faceva era quello del Pap test - ci si era accorti
che il tumore diagnosticato in assenza di sintomi con il Pap test,
poi andava bene e guariva nella maggior parte dei casi; la sopravvivenza
era molto lunga. Invece i tumori che venivano diagnosticati in seguito
a sintomi (il sintomo principale era il sanguinamento) avevano una
prognosi molto più brutta e dopo qualche anno portavano a
morte. Allora la gente si era veramente convinta che il Pap test
era una cosa veramente importante da fare e l'associazione medica
oncologica americana (American Cancer Society) già dagli
anni '50 raccomandava di fare un Pap test all'anno a tutte le donne.
In realtà questa prova di efficacia era un errore logico.
E' vero che il Pap test è efficace; non voglio parlare male
del Pap test. Nel 1969, un articolo mostra che se la diagnosi viene
fatta prima (1-2-3-10 anni prima) ma la donna muore sempre alla
stessa età, la sopravvivenza (tra la diagnosi e la morte)
sarà più lunga, ma questa donna non avrà avuto
alcun beneficio: avrà vissuto dieci anni in più con
la coscienza della sua malattia. Se invece la morte avviene dopo,
questo aumento di sopravvivenza è in parte dovuto ad un'anticipazione
della diagnosi, ma in parte alla cura precoce del tumore. Un altro
grafico mostra che non tutti i tumori sono uguali: ci sono tumori
che hanno una crescita molto lenta, tra il momento in cui si forma
il tumore ed il momento in avviene la diagnosi. Ci sono tumori che
crescono rapidamente e sono più brutti, più aggressivi
e uccidono di più. Se facciamo lo screening in un certo momento,
troviamo ad esempio tre tumori lenti ed uno veloce, per cui i tumori
che vengono diagnosticati in seguito allo screening sono meno cattivi
di quelli che sfuggono tra uno screening e l'altro. Questi concetti
sono stati formalizzati nel 1969 e ci sono voluti almeno 20 anni
perché entrassero (e non credo che siano ancora totalmente
entrati) nella coscienza, nella conoscenza e nel ragionamento di
chi propone gli screening. Per vedere se uno screening è
efficace bisogna andare a vedere altre cose; bisogna vedere se riduce
la mortalità o riduce l'incidenza della malattia.
Altro schema: ogni anno in questa popolazione si verificano 4 casi
di un certo tumore; è un tumore che ha sempre la stessa frequenza;
però, a un certo punto, decidiamo di fare uno screening,
di esaminare tutta la popolazione sana per andare a vedere chi ha
questo tumore che magari si sarebbe manifestato dopo e quindi troviamo
prima dei tumori che erano destinati a manifestarsi dopo. Troviamo
ad esempio sei tumori in più di quelli che ci saremmo aspettati
perché lì hanno fatto uno screening; poi dopo ne troviamo
meno, ma in ogni caso ne abbiamo trovati due in più. Questi
altri due sono tumori che non si sarebbero mai manifestati se non
fossimo andati a cercarli. E' il caso drammatico del tumore alla
prostata. Non so se qui propongono già di fare l'esame sistematico
del PSA dopo i 50 anni ogni anno per andare a vedere se c'è
un cancro della prostata. E' uno splendido esame, è sensibile,
per cui è facile che se c'è un tumore della prostata
lo trovi. Il problema è che ne trova molti di più
di quelli che dovrebbe trovare. E' molto probabilmente vero che
salva delle vite, perché trova anche alcuni tumori che avrebbero
ucciso se non li avesse trovati, però ne trova tanti che
non avrebbero ucciso o magari avrebbero ucciso all'età di
120 anni. Però, se si trova il tumore, bisogna operarlo e
operarlo comporta dei problemi. Per il medico dovrebbe essere un
caso di coscienza se raccomandare o meno al suo paziente sano di
fare o non fare questo esame. Magari nella sua percezione personale,
lui, che ha visto tante persone morire di cancro alla proposta,
dice "non c'è rischio che tenga, non mi importa se qualche
persona io la opero lo stesso, la faccio diventare impotente o incontinente,
però almeno ad altri salvo la vita". Può darsi
che abbia fatto questo ragionamento. Può anche darsi che
non si sia minimamente reso conto del problema in realtà.
Allora noi dobbiamo aiutarlo a rendersi conto del problema. Il problema
è diverso per vari tipi di tumore: il problema di questo
eccesso di tumori è grandissimo per la prostata, è
piccolo per la mammella, è grande per il collo dell'utero.
C'è stato un sovratrattamento dei colli degli uteri nella
nostra storia recente, drammatico anche. C'è una pericolosa
tendenza a intervenire portando via organi per la prevenzione. Non
so se sto andando fuori tema. Penso che il cittadino competente
debba rendersi conto di queste difficoltà, con le quali dovrebbe
scontrarsi il medico. Il medico queste cose non le studia a scuola
e non c 'è nessuno che glieli spieghi a scuola . Il medico
a scuola impara tante cose serie: impara a fare la diagnosi, la
terapia, a curare le malattie, a fare gli interventi chirurgici,
ma finora (o almeno fino a poco tempo fa, perché adesso ci
sono begli esempi di evoluzione) di prevenzione
La media
dei medici che ci sono sul mercato non ha imparato a scuola queste
cose. E' una crescita culturale che deve essere complessiva e, trattandosi
in particolare di prevenzione e quindi di una cosa che riguarda
gli utenti sani che non devono necessariamente delegare all'istituzione
sulla loro salute, ma devono scegliere in prima persona, a maggior
ragione che per i pazienti è una cosa che ci riguarda tutti.
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