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Venerdì
26 ottobre 2001 - ore 15.00
Giornata
di studio
"Dall'ascolto
alla partecipazione:
il laboratorio del cittadino competente"
Sintesi
dell'intervento del
Sig. Francesco Gesualdi
Animatore "Centro
nuovo Modello di Sviluppo"
di
Vecchiano (PI)
Breve presentazione:
Sono infermiere di professione; utilizzo tutto il mio tempo libero
per coordinare e svolgere le attività del centro "Nuovo
modello di sviluppo",
che è un centro di documentazione che si occupa dei rapporti
nord-sud, di temi dell'impoverimento a livello globale, dei meccanismi
che provocano disagio a livello planetario. Da questo punto di vista,
il linguaggio ed i modi attraverso cui coloro che tentano di dominare
i poveri attraverso la lingua entrano in gioco di continuo, ma non
è di questo che parlerò oggi.
Sono stato allievo
della scuola di Barbiana, dove ho passato tutti i miei anni di scuola:
ci sono arrivato nel 1956, all'età di 7 anni, e ci sono rimasto
fino al 1967 quando la scuola si è chiusa perché il
suo fondatore, Don Lorenzo Milani, è morto. La scuola di
Barbiana era molto piccola: è iniziata con circa sei bambini;
poi il numero di ragazzi è cresciuto fino ad un picco di
circa venti, per poi calare gradatamente fino a quando l'esperienza
si è conclusa. Era una piccola scuola di montagna. Barbiana
si trova arroccata sugli Appennini, a metà strada tra la
valle del Mugello e Firenze; è un luogo impervio in cui adesso
arriva la strada, ma fino a pochi anni fa si arrivava solo a piedi.
E' un luogo dove per tanto tempo non c'è stata la corrente
elettrica e tuttora non c'è l'acqua potabile. E' un luogo
fuori dal mondo, ma questa scuola è riuscita a far parlare
di sé proprio per i metodi e gli obiettivi totalmente rivoluzionari
che si poneva. Questa scuola è stata messa in piedi da Don
Lorenzo Milani, il quale ha cominciato a fare scuola per ragioni
legate anche alla sua volontà di metterci in condizione di
poter ascoltare e leggere il Vangelo. Nell'immediato è stata
stimolata dal fatto che Don Milani è stato un prete che ha
preso il Vangelo sul serio: il Vangelo ha fatto e fa tuttora l'opzione
dei poveri; egli ha preso molto sul serio questo opzione ed ha cominciato
a porsi l'obiettivo di come ridare dignità a un popolo che
era terribilmente oppresso ed offeso. Don Milani proveniva da una
famiglia aristocratica, è piombato in questa realtà
popolare, prima di operai a San Donato dal 1947 fino al 1954, poi
di contadini analfabeti e sfruttati da tutti a Barbiana. Per i poveri
dell'epoca, e per i Barbianesi in particolare, l'oppressione ora
aveva il volto del ciarlatano che proveniva dalla città e
giocava sulle ambiguità linguistiche, ora aveva il volto
del fattore che tentava di fregarti approfittando del fatto che
non eri in grado di fare i conti a modo, ora aveva il volto del
politico che tentava di ottenere il tuo volto, ora aveva il volto
di una macchina statale che opprimeva sotto tutti punti di vista,
non fornendo una scuola che fosse adeguata alle esigenze, nonostante
la costituzione lo prevedesse, che ti faceva pagare più tasse
di quanto non facessero i ricchi.
Don Milani si pose l'obiettivo di come riuscire a far uscire questo
popolo da una condizione di oppressione; si pose lo stesso obiettivo
che si sta ponendo oggi il gruppo di Modena, quando viene utilizzata
la parola "empowerment", termine inglese che si potrebbe
definire come un "tentativo di ridare potere". A Barbiana
non si usava la parola empowerment; nel linguaggio del tempo, avremmo
utilizzato piuttosto l'idea del "ridare dignità ai poveri
e agli oppressi".
Nel percorso che abbiamo fatto a Barbiana questo concetto di dignità
si potrebbe rappresentare come una scala che procede per gradi.
Al primo gradino ci metterei la consapevolezza dei propri diritti.
Credo che questo sia il primo elemento che può consentire
ad una fascia sociale che ha perso dignità di poterla recuperare:
riacquistare la consapevolezza dei propri diritti.
Il secondo gradino consiste nell'acquisire la capacità, difendere
i propri diritti o addirittura conquistarli se non si sono goduti.
Al terzo gradino, metterei la determinazione, la voglia assoluta
di essere protagonisti della propria storia personale e collettiva,
quindi il concetto di non delega, non accettare che nessuno ti metta
i piedi in testa. Ottieni la dimostrazione massima che nessuno ti
ha messo i piedi in testa, quando riesci a riappropriarti di tutto
il tuo destino, da tutti i punti di vista, e riesci insieme agli
altri a stabilire quale debba essere il destino della società,
dell'economia, sia a livello locale che nazionale e oggi a livello
globale, poiché siamo stati proiettati in una dimensione
planetaria.
Una volta capito cos'è la dignità, si pone il problema
di come farla riacquistare in modo che diventi una realtà.
La dignità può essere oppressa in vari modi:
- attraverso la via legislativa: facendo leggi di fatto ingiuste;
- attraverso l'economia: organizzando l'economia in modo tale che
sia di fatto ingiusta, per cui poi non c'è da sorprendersi
se esistono diseguaglianze sociali;
- oppressione militare, come la dittatura.
Il Priore (appellativo con cui chiamavamo Don Lorenzo Milani) scopre
che tutte queste condizioni di oppressione poggiano su una situazione
di fondo: l'incapacità degli oppressi di possedere la lingua,
intesa come: capacità di esprimersi, di capire cosa sta succedendo
nell'ambiente nel quale viviamo, di non essere in grado di capire
la realtà; capacità di farsi le proprie ragioni; capacità
di esprimere agli altri, che vivono la nostra stessa condizione,
quali sono le cose che non vanno e quali sono i passi che dobbiamo
fare per tentare di recuperare la dignità. Una volta capito
che tutta la costruzione dell'oppressione poggia su questo mattone
che è l'ignoranza linguistica, il Priore decide di mettere
in piedi una scuola (ci sono state tutta una serie di ragioni pratiche
che lo hanno indirizzato - Don Milani sapeva cogliere i segni dei
tempi nei luoghi in cui viveva - a mettere in piedi questa scuola
di montagna). Egli decide di farla con questo obiettivo principale,
immediato, del ridare la capacità espressiva ai poveri.
Cosa vuole dire capacità espressiva? Quando abbiamo la capacità
di esprimerci? Prima ancora di possedere la lingua, noi acquisiamo
la capacità di esprimerci, quando abbiamo la capacità
di parlare a testa alta con i nostri interlocutori. Non possiamo
infatti pensare di poter parlare, pur avendo tutte le conoscenze
e tutta la ricchezza linguistica che vogliamo, se ci portiamo addosso
una timidezza tale che ci schiaccia e ci fa strisciare per terra
od una inferiorità culturale che non consente di rimettersi
in piedi e di parlare a testa alta con l'altro. Ecco perché
il primo passo per poter parlare, per potersi esprimere è
quello di liberarsi della timidezza. A Barbiana la timidezza era
un fenomeno estremamente diffuso, perché eravamo tutte persone
che si portavano addosso il peso di secoli e di millenni di oppressione,
di situazioni in cui si era costretti a strisciare di fronte al
padrone, al fattore, al marchese, al prete, al maresciallo, al farmacista;
c'era una timidezza atavica e nello stesso tempo la capacità
di recuperare dignità della propria classe. Quest'ultimo
era un altro elemento fondamentale: essere capaci di dire "nonostante
io appartenga ad una classe che non ha mai parlato, che non ha mai
scritto libri, noi abbiamo la nostra dignità, non soltanto
perché apparteniamo a quella parte di mondo che ha la necessità
di far cambiare le cose, ma perché frugando sappiamo un sacco
di cose che, nonostante non siano scritte nei libri e non si insegnino
alle università, sono fondamentali per poter vivere e magari
possono essere il sale che poi permettono al mondo di poter rinascere
su basi nuove e più umane". Questo primo passaggio quindi
consiste nel ridare fierezza e ridare autostima a coloro che debbono
finalmente acquisire la capacità di poter parlare. Il secondo
passaggio è sentirsi soggetti di diritti: noi che ci sentiamo
delle persone sovrane, non dipendiamo da nessuno, abbiamo il diritto
di farci valere, di contare, di partecipare.
Entrambi questi passaggi hanno poi bisogno dei mezzi per poter parlare
e oserei dire che, se non diamo i mezzi, di fatto questi due obiettivi
non riescono a realizzarsi. Fornire la lingua, mezzo tecnico per
potersi esprimere, rappresenta l'architrave che consente agli altri
due elementi fondamentali di poter stare insieme; tutti e tre insieme
questi pezzi formano l'arco che ridà la possibilità
a classi sociali, che non avevano mai parlato, di poter finalmente
parlare. Premesso che questi tre livelli devono intrecciarsi tra
loro, a Barbiana la lingua acquisiva il posto centrale proprio perché
rappresentava l'architrave.
Tentiamo di capire se questa esperienza che si è fatta a
Barbiana in qualche modo si può trasferire per dare un contributo
positivo a questo esperimento che si sta tentando di fare a Modena.
Pensandoci, direi che si può trasferire perché la
salute è uno di quegli ambiti che - ci rendiamo conto - è
pieno di dominazioni. La prima dominazione che viene in mente è
quella dei mercanti: quando nell'intervento precedente abbiamo visto
le copertine delle riviste dove si vorrebbe dare ad intendere che
si può dimagrire mangiando castagne, ci rendiamo conto che
la salute è prima di tutto un affare e naturalmente tutti
coloro che tentano di fare affari attraverso la salute della gente
ci marciano sopra, anche se magari la proposta che fanno alla fine
del percorso aggrava e danneggia lo stato di salute invece di permettere
di vivere meglio. Prima si parlava di tutto quello che è
stato detto a proposito del tabacco; è stato detto di tutto;
una nota multinazionale del tabacco è arrivata a dire che
ci sono state delle ricerche che hanno dimostrato che il fumo faceva
bene o che era meno dannoso di alcuni alimenti. I mercanti spesso
non si fanno scrupolo di niente. La prima forma di dominazione in
ambito sanitario è rappresentata dai mercanti che attentano
alla nostra salute anche quando stiamo bene.
La seconda forma di dominazione, che viviamo sostanzialmente quando
ci ammaliamo, sono i medici. Viviamo in un sistema in cui ci viene
detto che dobbiamo delegare, che la scienza appartiene agli scienziati
ed ai professionisti, che ci dobbiamo affidare. Alla fine nel rapporto
fra medico e paziente viene persa la fisionomia di persone e a volte
siamo dei pezzi anatomici. In ospedale è così abituale
chiamare le persone per la patologia che hanno, che addirittura
si arriva a chiamarle come pezzi anatomici: non siamo più
persone che hanno un'appendicite, bensì "un'appendice
da togliere". Siamo spersonalizzati, e alla fine la nostra
differenza culturale fra paziente e medico è così
profonda che il medico decide per noi. Non siamo più noi
a decidere che cosa deve essere della nostra salute e addirittura
della nostra vita, ma siamo costretti a dire "faccia Lei, perché
Lei è quello che sa". E' gioco forza che alla fine scelga
il medico.
Un'altra forma di dominio è la struttura pubblica e tutta
la struttura politica, attraverso le scelte che si fanno, che penalizzano
le scelte della gente e la qualità di vita della gente. Qui
si entra in un mare aperto.
In questo contesto, premesso che le forme di dominazione sono diverse
a seconda della posizione che abbiamo in rapporto alla nostra situazione
sanitaria, un progetto che si pone l'obiettivo di ridare potere
alla gente, che cosa può fare? Io direi che bisogna tentare
di mettere in atto un tipo di progetto che tenta di rivolgersi contemporaneamente
alla gente che deve riacquistare potere, ma anche alle altre strutture.
Direi che è difficile intervenire sulle strutture politiche
nazionali, più facile su quelle locali (comune, provincia
e regione), ma sicuramente si può fare qualcosa nei confronti
dei medici. Quindi non ignorerei questa possibilità di coinvolgere
anche i medici, tentando di ribaltare in loro quella che è
la concezione del rapporto di potere. Bisogna fare in modo che i
medici entrino nell'ordine di idee di avere davanti a sé
delle persone e che debbono accettare di essere ridotti al ruolo
di consulente, quindi avere un profondo rispetto delle persone che
hanno davanti, parlare un linguaggio che metta le persone in condizione
di capire qual è la loro situazione. Si tratta quindi di
mettere in condizione le persone di poter decidere su ciò
che vogliono fare della loro salute (curarsi o non curarsi, curarsi
in un certo modo o in un altro), addirittura di accettare di poter
mettere in gioco anche la propria vita perché io, come persona,
rivendico anche questo diritto, soprattutto quando ci si rende conto
che la cura che viene proposta mette a repentaglio la qualità
della mia vita. Credo che la gente abbia il diritto di sapere quali
sono le prospettive e quindi anche di stabilire se vuole vivere
in un certo modo o se non vuole più vivere. Penso che dobbiamo
rivedere il nostro rapporto con la morte, ne sono profondamente
convinto; noi viviamo in una società dove rimaniamo belli
e giovani a vita, dove quello che conta sono il successo, la ricchezza
e la forza. Non c'è posto in questa società per la
morte, ma dobbiamo farci conti ed accettarla come una cosa naturale,
come una cosa con la quale conviviamo e che accettiamo anche con
serenità, prefiggendoci l'obiettivo di reinserirla nei processi
naturali e di farla diventare di nuovo un processo sociale. Quindi
fare in modo che la gente possa anche decidere di voler morire,
magari di morire in una condizione che gli è più congeniale,
in mezzo ai suoi affetti, alla sua famiglia. Noi invece abbiamo
talmente professionalizzato, aziendalizzato tutta la sanità
che alla fine ci troviamo anche costretti a morire dove la struttura
sanitaria decide che dobbiamo morire, magari dopo aver passato le
peggiori sofferenze. Dico questo come persona che vive nel contesto
ospedaliero; ho visto della gente a cui è stata allungata
la vita di pochi mesi in condizioni che, se le avesse sapute prima,
sicuramente, avrebbe fatto altre scelte. Per cui credo che ogni
persona abbia il diritto anche di stabilire se vuole vivere o se
vuole morire e quindi di stabilire cosa vuole fare anche quando
si trova in certe condizioni di patologia grave. Quindi, nei confronti
dei medici io credo che vada fatto questo tentativo di ribaltare
in loro il concetto di rapporto di potere e di rapporto da instaurare
col paziente, cominciando a considerare il paziente come colui che
è sovrano della propria vita, del proprio destino e accettando
di ridursi al rango di consulente, riconoscendo alla persona che
hanno di fronte questo diritto e quindi parlando un linguaggio che
sia il più comprensibile possibile.
Poi c'è l'altro interlocutore: la gente e quindi il cittadino
come tale. L'obiettivo che dobbiamo porci nei confronti del cittadino
è quello di metterlo in grado di capire meglio se stesso,
di capire i propri bisogni, di difendersi dalle insidie commerciali,
di capire il medico e di essere in grado di prendere delle decisioni,
di essere in grado di capire le strutture che cosa sanno offrire
e quindi di poterle utilizzare. Credo che questo sia l'obiettivo
che ci si deve porre e per trasformare questo obiettivo in realtà,
ci sono delle strategie da seguire.
Per quanto riguarda le strategie, tenterei di individuare i grandi
temi su cui si potrebbero costruire dei progetti. Metterei in testa
il recupero dei diritti e della dignità (non è scontato;
cominciare a discutere con la gente su quali sono i diritti che
abbiamo in ambito sanitario), quali sono i rapporti che dobbiamo
intrattenere col medico, cos'è che dobbiamo pretendere dalle
strutture. Secondo aspetto: che cos'è la salute e quali sono
gli elementi che influenzano la salute. A questo punto scopriremmo
che la salute non è soltanto la capacità di curarci
quando ci viene qualche malanno, ma la salute è anche stile
di vita, è anche com'è organizzata la città,
è anche il tipo di lavoro che svolgiamo, quanto siamo soddisfatti,
il tipo di sicurezza che troviamo al suo interno. Scopriamo che
la salute alla fine è anche scelta politica, sono anche scelte
finanziarie che fanno i governi. Bisogna quindi avere la capacità
di allargare questo orizzonte di concetto di salute e tutti gli
elementi che alla fine la influenzano.
Un altro tema di fondo sono le insidie, quindi le insidie commerciali:
fare in modo che il cittadino possa essere protetto da questa valanga
di messaggi che sono messi in atto da coloro che tentano di utilizzare
la nostra ricchezza. Infine c'è il grande tema del linguaggio
sanitario.
Penso che sia necessario fare un discorso a parte per quanto riguarda
il linguaggio sanitario, premettendo che il linguaggio è
una cosa complessa. Si arriva a formulare un linguaggio attraverso
l'apporto di tutte le scienze che ruotano attorno alla persona umana.
Barbiana era riuscita a fare questo miracolo di rendere dei montanari
padroni della lingua, perché era una scuola a tempo pieno
per molti anni. Questo obiettivo che vi ponete a Modena rischia
di scontrarsi contro questo limite del tempo. Penso che sia una
bella sfida riuscire a ridare una capacità di comprensione
e di padronanza del linguaggio attraverso dei momenti sporadici
- è un qualcosa che bisogna tentare di fare - ma bisogna
avere questa consapevolezza che il linguaggio è la componete
di un insieme di tanti momenti della vita. Se uno si pone l'obiettivo
di ridare il linguaggio a degli adulti, penso che varrebbe la pena
di insistere molto sull'etimologia delle parole. Riuscire a risalire
nella storia delle parole, consente di acquisire una certa padronanza.
Bisogna tentare di dare gli elementi di base con l'obiettivo di
riuscire ad entrare in comunicazione col medico, con le strutture
in modo da riappropriarci del nostro destino. Credo che questo debba
essere l'obiettivo e quindi tutto va tarato in base a questo obiettivo,
poi sarà l'esperienza che vi guiderà.
Due consigli:
- non trascurate l'esperienza che è stata fatta in Brasile:
"la pedagogia degli oppressi", cioè fare in modo
che la gente sia protagonista della propria formazione, fare in
modo che le idee non siano calate dall'alto o dall'esterno, ma che
vengano fuori attraverso la discussione, perché noi sicuramente
dentro di noi abbiamo tantissime idee; dobbiamo trovare gli strumenti
e le tecniche per farle emergere e, se scopriamo che le abbiamo
dentro noi stessi, avremo una possibilità in più di
acquisirle che non se qualcun altro ce le butta dall'esterno. Credo
che questa tecnica della pedagogia degli oppressi che si basa sull'autoformazione,
sulla discussione e sul confronto possa essere per gli adulti una
delle strade privilegiate.
- l'altro strumento, che peraltro è già stato adottato,
è il giornale che a Barbiana aveva acquisito i contorni di
una proposta particolare, che era l'idea del giornale-scuola. Dal
momento che dobbiamo mettere la gente in grado di capire i meccanismi
e di appropriarsi del linguaggio, il Priore ha pensato di fare dei
giornali particolari, prendere un tema e sviscerarlo da vari punti
di vista, compreso quello linguistico per consentire alla gente
di potersi appropriare del linguaggio che poi alla fine renderà
liberi.
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