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Venerdì
26 ottobre 2001 - ore 15.00
Giornata
di studio
"Dall'ascolto
alla partecipazione:
il laboratorio del cittadino competente"
Sintesi
dell'intervento della
Sig.ra Ivonne Poppi
Componente del Comitato Consultivo Misto
del Distretto di Modena
Non
nascondo che ho accettato di partecipare ai lavori del Laboratorio
per il cittadino competente con alcune perplessità (due in
modo particolare).
Mi sono detta: ma chi non è d'accordo che il cittadino diventi
competente? Nessuno!
Ma come fare, mi sono pure chiesta, per arrivare a rendere competenti
tutti, senza discriminazioni?
Anche nel passato si parlò di cittadini competenti; a partire
dall'approvazione della legge di riforma della Sanità, si
pose allora l'esigenza che i cittadini partecipassero alla realizzazione
del S.S.N. in modo consapevole, quindi ben informati sulle scelte
proposte per la difesa della salute (prevenzione, cura, riabilitazione).
Si è parlato spesso di coinvolgimento del cittadino attraverso
anche giuste relazioni tra coloro che forniscono servizi di salute
e coloro che li ricevono, in occasione di convegni, in seminari
anche organizzati bene; poi tutto finiva scritto magari in un documento
conclusivo e non si andava oltre(almeno così mi risulta).
Quindi nonostante i richiami, poco si è fatto per informare
la gente da parte delle pubbliche istituzioni, se non in rari casi
ad opera di operatori volonterosi o di cittadini impegnati in organizzazioni,
che chiedevano con insistenza di essere ben informati su un determinato
servizio sanitario.
Questa la mia esperienza.Da qui la mia prima perplessità.
E' vero che l'applicazione della legge di riforma, cioè la
creazione del S.S.N. nel nostro Paese, venne affidata, inizialmente
a ministri che non erano d'accordo sul contenuto della riforma stessa,
considerata "avanzata", ma mai completamente applicata,
e successivamente più volte modificata.
In queste ultime occasioni si è pure considerato che i modelli
di intervento sviluppati nella fase espansiva del S.S.N., comunque
poco conosciuti dai cittadini, non potessero essere ulteriormente
proseguibili, per vari motivi.
Si diceva che non si era più in grado di fornire risposte
qualitative e quantitative a tutte le domande di salute anche se
erano legittime.
"Non si può dare tutto a tutti" si diceva. Apparivano,
venivano dichiarati problemi legati agli equilibri della finanza
pubblica e legati pure al rapporto costi-benefici delle prestazioni
(appropriate o non appropriate).
Si aprì così una fase di ricerca nella quale si discuteva
come far quadrare il bilancio.
Da parte di alcuni, mi riferisco ad amministratori pubblici o dirigenti
del S.S.N, si applicavano tagli e riduzioni, ma anche, e fortunatamente,
c'era chi pensava alla possibilità di definire assetti anche
superiori a quelli del passato, tecnicamente più avanzati
per razionalizzare, si diceva, tenendo ovviamente presenti i vincoli
di sostenibilità e di appropriatezza.
A questo punto da parte di queste ultime persone, per la definizione
di nuovi assetti del Welfare in sanità, si sosteneva che
non era compito da lasciare solo ai centri di ricerca o agli addetti
ai lavori, ma da affrontare sul campo col coinvolgimento diretto
di quanti vivono in prima persona i problemi che sono all'origine
degli interventi.
Quindi sono più che convinta che occorre che i cittadini,
le famiglie, le comunità locali possano essere informati
e prendere la parola sull'utilizzo dei mezzi, dei servizi, controllati
dalle istituzioni pubbliche, facendo valere le conoscenze che possiedono.
D'altra parte i cittadini, le famiglie, le comunità dispongono
anche di risorse, che possono essere attivate insieme a quelle controllate
dalle istituzioni e quindi con possibilità di un aumento
delle risposte ai bisogni.
Pensiamo ai lavori di cura realizzati nelle famiglie e quasi sempre
a carico delle donne.
Ma perché ciò venga realizzato bene, proficuamente,
occorre anche che i cittadini, le cittadine, che collaborano, siano
informati, che cioè vengano messi in grado di partecipare
a pieno titolo, senza sprechi di energie, utili per entrare in rete.
Altra mia perplessità, la seconda, era determinata dalla
preoccupazione che tutto fosse in funzione della riduzione della
spesa, perché non ci fosse opposizione ai tagli, senza tener
conto delle esigenze, della domanda.
Partecipando agli incontri del laboratorio ho capito che le mie
perplessità non avevano fondamento.
Ho capito che il laboratorio è un luogo di progettazione
collettiva nel quale gli stessi destinatari delle politiche di Welfare,
cioè i cittadini ben informati, possono farsi carico di ridisegnare
gli interventi in sanità, per allargare le prospettive di
sviluppo, assumendo in proprio certe responsabilità complementari,
non alternative ovviamente a quelle che devono restare in capo alle
istituzioni pubbliche.
Oltre questo, il P.S.N. e il P.S.R. della Regione Emilia-Romagna
1999-2001, come si è già detto, riconoscono che una
politica per la salute, per essere efficace, deve andare oltre l'assistenza
sanitaria.
Infatti sono tanti i fattori che influenzano la salute e la malattia,
per cui è necessario che una politica pubblica, particolarmente
dei comuni, che voglia migliorare la salute individuale e collettiva,
riducendo le disuguaglianze, debba allargare le aree di intervento
(per citarne alcune: i problemi della casa, dei trasporti , delle
attività culturali e ricreative).
Sono tante infatti le attività oltre a quelle puramente sanitarie,
che possono influire positivamente sulla salute della comunità
attraverso i "piani per la salute".
Ma perché tutto questo si realizzi, a mio avviso, occorre
un profondo cambiamento culturale, che deve vedere tutti coinvolti:
operatori sanitari, ma non solo, operatori per altre attività
sociali, amministratori locali, volontariato, ma soprattutto cittadini.
Per partecipare proficuamente occorre che i cittadini, soprattutto,
siano informati, competenti appunto, senza alcuna soggezione come
già detto.
Cioè in grado di comprendere autonomamente quali siano i
benefici e quali i rischi, tenendo conto della situazione territoriale,
dei mezzi a disposizione, per evitare la standardizzazione ed offrire
a tutti : servizi, risposte di qualità personalizzate.
Allora essere informati sulla salute comporta comprendere il significato
delle parole con cui gli addetti ai lavori si esprimono. Occorre
che l'informazione sia leggibile per tutti, facile da capire, ma
sempre corretta, scientificamente.
Tutto anche per favorire (questo è ovvio) più comunicazione
fra medici e pazienti, fra pazienti e istituzioni, tra organi di
informazione e popolazione.
Importante poi che l'informazione arrivi ai giovani, attraverso
la scuola, con lo strumento Internet (ad esempio).
La situazione è più grave per la popolazione anziana,
che è spesso colpita da malattie croniche ed invalidanti
e più di altri necessita di informazioni comprensibili e
di competenze.
I medici di base se impegnati in questa direzione possono essere
di grande aiuto per questa di popolazione.
Come fare?
Ritengo che la proposta del Ceveas di Modena di dare vita a laboratori
formativi per il cittadino competente sia quella giusta, con l'aiuto
poi di vari strumenti utili per la diffusione delle elaborazioni
dei laboratori "le pagine del paziente "diffuse attraverso
i giornali dei comuni e dell'azienda USL che arrivano in tutte le
famiglie, attraverso internet e poi iniziative varie nelle circoscrizioni,
come si è già sperimentato a Modena con le notizie
sull'osteoporosi, elaborate nel laboratorio con i componenti del
CCM di Sassuolo.
E' importante che gli operatori accettino il confronto con i cittadini
considerando l'attività nei laboratori utile, una continua
sperimentazione essenziale anche per la loro attività. Poi
va considerata anche l'attività sociale: è dimostrato
ormai che le persone meno istruite si ammalano di più e muoiono
prima.
Di conseguenza con l'alfabetizzazione sanitaria i cittadini possono
utilizzare servizi in modo più appropriato, vivere meglio
e più a lungo, evitando sprechi dannosi (pensiamo all'abuso
di medicinali e di analisi a volte inutili, ma anche dannose; quindi
anche riduzioni di spese inutili). Perché dopo l'esperienza
sono ora decisamente d'accordo sull'attività dei laboratori
per i cittadini competenti?
Innanzi tutto per ciò che ha sostenuto la Dott.ssa Daghio,
con la quale concordo pienamente, perché è una proposta
che verte sulla attivazione di ampi processi partecipativi, vincolati
a un contenuto determinato (come ad es. l'osteoporosi).
Poi perché non è una nuova sede per dibattiti, come
pensavo inizialmente, una sede che può promuovere momenti
di lavoro comune per ipotesi concretamente spendibili .
Per me il laboratorio è quindi una originale attività
di progettazione che coinvolge i propri destinatari (i cittadini)
ma anche gli esperti, ovviamente, se d'accordo, e acquista così
tratti nuovi e originali, sviluppando dimensioni di servizio che
vanno oltre un semplice apporto di competenze specifiche.
Un chiaro rapporto fra cittadini ed esperti per cui si possono realizzare
veri e propri processi di apprendimento, maggiore confidenza con
i problemi da risolvere.
In questo modo l'attività dei laboratori può fornire
anche nuovi imput alla funzione di contrattazione con gli EE.LL.
Però la distinzione dei ruoli deve restare chiara: i laboratori
possono, debbono fornire, produrre definite ipotesi di innovazione
in grado di migliorare, aumentare l'elenco delle possibilità,
però l'attività di contrattazione con gli EE.LL. resta
di competenza delle O.O.S.S.
Il laboratorio può anche diventare luogo dove si può
potenziare la domanda, quella più giusta, nel quale i cittadini
possono avere quindi un ruolo importante e poiché tutti hanno
lo stesso diritto di parola e lo stesso potere di decisione, lo
definirei anche luogo di democrazia applicata.
Ai partecipanti però si chiede molto, in modo particolare
ai cittadini; dobbiamo esprimere il punto di vista della domanda
di Welfare per la salute, ma dobbiamo abbandonare ogni pretesa di
esclusivismo lasciando che esperienze e culture diverse si confrontino
apertamente senza limiti.
Quindi giustamente alle organizzazioni che partecipano, perché
di loro rappresentanti si tratta (così sono i componenti
del CCM) si chiede di lasciare a parte le loro parzialità,
questo è giusto, per cimentarsi in un nuovo luogo dove possono
trovare anche nuovi consensi, perseguendo anche un proprio interesse,
ma dove non dispongono di alcun potere precostituito circa l'esito
delle attività che pure rendono possibili.
Riconoscono il proprio interesse nel porre in essere iniziative
che diano spazio ai cittadini in quanto tali.
Per questi motivi ho apprezzato ed apprezzo l'iniziativa del laboratorio
per il "cittadino competente" che spero continui ad operare
con successo, aperto anche a nuove sperimentazioni.
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