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Venerdì
26 ottobre 2001 - ore 15.00
Giornata
di studio
"Dall'ascolto
alla partecipazione:
il laboratorio del cittadino competente"
Sintesi
dell'intervento del Prof. Sergio Tanzarella
Docente Storia della Chiesa
c/o Pontificia facoltà teologica di Napoli
Promozione
della salute: equità e riconoscimento dei diritti fondamentali
del cittadino
Premessa:
Prima di venire qui mi sono posto un interrogativo. 
A che titolo parlare in un convegno di specialisti io che non appartengo
a nessuna delle categorie professionali che comunemente vengono
riferite al mondo sanitario? Ma l'argomento per cui ci si incontra
oggi: "la promozione della salute" è problema troppo
importante per essere lasciato discutere esclusivamente a delle
categorie professionali e di specialisti. Sulla salute non vi è
dunque l'esclusiva di parola e di azione di un gruppo particolare,
ma essa investe tutta la società e dunque tutti i cittadini.
Probabilmente nel passato il sistema della delega non ha reso un
buon servizio alla concezione della salute collettiva, e la salute
è stata progressivamente circoscritta nell'area del senso
opposto alla malattia. Per questo penso che gli organizzatori abbiano
invitato un cittadino qualsiasi. Ma proprio per questo avverto la
responsabilità di dar voce al senso diffuso del disagio di
fronte ai diritti conculcati e alla realtà che esistono mille
sanità all'interno della stessa nazione. E ho nello stesso
tempo la convinzione che certe scelte federaliste accentueranno
queste differenze in grado di acuire le già profonde distanze.
A partire da una di queste tante sanità vorrei che loro considerassero
il mio intervento di questa sera. Il quale, nel rileggerlo, mia
ha offerto la certezza che propone una analisi e fa affermazioni
totalmente fuori moda.
1. Sgombriamo il campo da un equivoco
Il peggiore errore che possiamo commettere è continuare a
credere che la salute riguardi esclusivamente due gruppi di persone,
quasi che si tratti di vere e proprie categorie sociali, i malati
e coloro che a vario titolo se ne occupano, di norma per lavoro.
Questa visione restrittiva della salute appare superata, almeno
teoricamente, da una definizione dell'Organizzazione Mondiale della
Sanità, che è richiamata parzialmente nel Profilo
di Salute della provincia di Modena, che definisce la salute "benessere
fisico, psichico, sociale", ma anche morale.
Quando ci confrontiamo con questa definizione appare evidente la
nostra inadeguatezza alla promozione e alla tutela della salute.
E come questa non si occupi dei malati, poiché per la concezione
di salute, articolata in una definizione così complessa,
esistono innanzitutto cittadini, che possono essere anche malati,
ma che restano comunque cittadini, detentori cioè di diritti.
Appare evidente quanto siamo ancora lontani dall'orientare positivamente
l'azione sociale rispetto a questo modello di salute.
Queste categorie sono in realtà una finzione, poiché
tutti potenzialmente possono diventare malati e tutti si dovrebbero
occupare della condizione dei malati.
2. Il diritto alla salute
Il punto da cui partire, e su cui si fonda il nostro ordinamento,
è quanto sancito dalla Costituzione all'articolo 32:
"La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo
e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite
agli indigenti".
Questo articolo ha direttamente ispirato la legge 833/1978 istitutiva
del Servizio sanitario nazionale definito come "il complesso
di funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività
destinati alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute
fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzioni di condizioni
individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l'eguaglianza
dei cittadini nei confronti del servizio". L'analisi di questi
oltre vent'anni dimostra che l'attenzione (ma anche la spesa) si
è concentrata prevalentemente sul "recupero" che
è molto oneroso, molto poco sul "mantenimento",
quasi nulla sulla "promozione". Eppure queste due azioni
sarebbero molto efficaci per abbattere i costi del "recupero"
e annullare i problemi di bilancio che hanno costretto ad arrivare
con la legge 421 del 1992 e il decreto legge 502/1992 all'assistenza
minima sanitaria per tutti e all'introduzione del ticket. Problemi
di bilancio che costringono in questi giorni regioni come la Campania
a fare i conti con debiti enormi provocati dall'assistenza sanitaria
fino al punto che le società accreditate sono passate all'assistenza
indiretta da martedì scorso.
Ma davvero il problema del risparmio sta a cuore a qualcuno? Se
fosse così ci si batterebbe per la "promozione"
e per il "mantenimento" del salute. Ma queste scelte sono
troppo economiche e rischierebbero di estinguere o ridurre la categoria
dei malati. Ma l'impresa privata, il cui scopo è esclusivamente
il profitto e non certo il benessere dei cittadini, ha investito
in alcune aree del Paese ingenti risorse nel settore della cura
e dunque orienta, condiziona e mantiene il mercato. Complici in
questo anche molte case farmaceutiche con la loro attività
di comparaggio capace di condizionare pesantemente le scelte dei
medici di base (biglietti aerei, soggiorni climatici, ospitalità
alberghiera) per promuovere un consumo di farmaci non raramente
inutili quando anche dannosi.
Se non vi fosse stato questo interesse privato unito alla colpevole
omissione del controllo pubblico si sarebbe mai potuto verificare
l'eccidio dei nostri concittadini ammalatisi in seguito all'uso
di emoderivati infetti? Quante persone sono già morte e quante
sono malate in modo inguaribile? Non fu la logica del profitto che
spinse case farmaceutiche e autorevoli rappresentanti del Ministero
della Sanità a misconoscere studi e scoperte che indicavano
per tempo i gravi rischi dell'uso di quei prodotti? La vicenda degli
infettati e del danno biologico conseguente è davvero esemplare
per comprendere come ci sia davvero poco di cui fidarsi. La irresponsabilità
con cui, successivamente all'infezione, i Governi hanno trattato
la sorte dei cittadini ammalati e tanto vergognosa che andrebbe
taciuta se non si fosse obbligati a parlare dalla voce inascoltata
dei morti e dei sopravvissuti. A chi importa davvero di quei cittadini?
Perché mai dovrebbe esserci al Ministero della Sanità
un servizio efficiente per rispondere alle loro legittime richieste?
Il discorso sull'impresa privata che si occupa di salute illumina
una vicenda particolarmente dolorosa per molti cittadini. I quali
sono interessati ad ottenere un servizio competente possibilmente
non eccessivamente oneroso per la collettività, quindi in
una certa misura anche per se stessi. Ma il principio della sana
competizione tra il pubblico e il privato che il legislatore ha
previsto, probabilmente guardando solo ad un area del nostro Paese,
ha avuto delle conseguenze disastrose perché di fatto si
può competere tra pari. Ma il servizio pubblico è
stato posto, in tutti quei settori economicamente redditizi, nelle
condizioni di totale disarmo. Tutto il settore della diagnostica
specialistica è ormai in mano a privati e la qualità
del servizio, che avrebbe dovuto essere stimolato dalla ipotetica
competizione, in balia del mercato non solo è peggiore di
prima, ma è assicurato soltanto quando può garantire
un utile.
3. Il terreno di coltura delle disuguaglianze
L'aver legato salute a mercato, salute a principi aziendali ha di
fatto accentuato la possibilità che gruppi sociali scarsamente
significativi sul piano economico e su quello delle rappresentanza
possano rimanere esclusi dall'accesso ai servizi. Si pensi alle
patologie rare per cui non conviene investire né nella ricerca
né nella produzione dei farmaci per curarle poiché
non risulta economicamente vantaggioso investire, agli immigrati
privi di permesso di soggiorno e ridotti nella condizione di schiavitù,
alla lungo degenza trasformata nella proliferazione di lazzaretti,
all'area del disagio mentale. Su quest'ultimo la chiusura meritoria
degli ospedali psichiatrici ha provocato un fioritura non di centri
di ascolto, di comunità terapeutiche ma di cliniche private:
veri lager per i cosiddetti pazzi, miniere d'oro per i proprietari.
La prova di quel che affermo è che resistono ben affollati
gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari i cui reclusi in altissima
percentuale potrebbero tornare in libertà se esistessero
servizi in grado di garantire il reinserimento nei luoghi di origine
con un costante accompagnamento. Ma alle richieste gli Enti locali
rispondono che non sono in grado di garantire alcuna assistenza,
oppure non rispondo nemmeno. E in questo quadro del disagio mentale,
nel quale le riforme vengono disattese, si riaffaccia l'uso sempre
più massiccio di farmaci - fino a coinvolgere i bambini giudicati
troppo vispi - e al recupero di pratiche inumane, dannose e punitive
come l'elettroshock.
A me sembra che i principi della pura redditività nell'ambito
della salute dei cittadini, se portati alle estreme conseguenze
non possono non accentuare ulteriormente l'esclusione sociale. Ritengo
che la progressiva e lenta penetrazione della mentalità privata
mercantile nel servizio pubblico sanitario non solo sta abbassando
in alcune Regioni il livello di protezione dei gruppi meno garantiti
della società, ma sta producendo, in un servizio che dovrebbe
avere a cuore la salute dei cittadini - cioè il loro benessere
-, una marcata assuefazione alla categoria dell'utile, di ciò
che conviene, che quasi mai coincide con ciò che è
equo e può sostenere una solidarietà aperta e verticale
quand'anche onerosa ed economicamente non redditizia. E con questo
affermo un principio assolutamente fuori moda, ma che risponde -
ritengo - a quel diritto dell'individuo a veder tutelata la propria
salute garantito dal citato articolo 32 della Costituzione.
Tuttavia i diritti devono essere riconosciuti ma è impensabile
oggi attendersi passivamente questo riconoscimento. Occorre che
i cittadini siano in mobilitazione permanente studiando tutte le
strategie più utili per affermare il diritto alla salute.
Le vicende degli elettrodotti, delle antenne telefoniche, dei ripetitori
radiofonici e televisivi, degli agenti inquinanti dimostra senso
ed efficacia di questa attenzione popolare. Ma tutto questo non
basta: occorre un coraggio civile in grado di infrangere le barriere
del privato divenendo interlocutore alla pari con le istituzioni.
Vorrei citare in proposito una storia particolarmente dolorosa,
una storia meridionale, avvenuta sull'isola di Ischia poco più
di un anno fa. Su quell'isola vi è un piccolo ospedale il
Rizzoli con poco meno di 60 posti letto ma con dieci primari. In
una sera d'estate viene condotta al Rizzoli una bimba di qualche
mese che ha un po' di febbre e una lieve insufficienza respiratoria.
Ma le lunghe attese prima di essere visitata, la diagnosi sbagliata,
la mancanza di assistenza e delle più elementari attrezzature
(si usa per una neonata una maschera da adulti per darle dell'ossigeno),
la decisione dei sanitari di farla viaggiare in un elicottero che
non era una eliambulanza per ricoverarla a Napoli, l'imperizia del
personale per cercare di rianimarla fanno morire la piccola Ludovica.
L'episodio sarebbe destinato ad essere uno dei tanti, certo dei
troppi, se il padre non decidesse di intraprendere una lotta per
la giustizia sia in nome di una figlia che gli è stata uccisa
o almeno non curata adeguatamente, sia nella convinzione che è
dovere dei cittadini rompere il cerchio chiuso del dolore privato.
Nell'impegno continuo per la giustizia il padre, anch'egli medico,
scrive un libro commovente e drammatico (M. Galzenati, Ludovica,
Sperling & Kupfer, Milano 2001) ma le cui motivazioni profonde
sono contenute in questa esemplare affermazione: "Il tempo
ricomincia a correre, mi sento privo di emozioni, penso che devo
continuare, che quella notte che ho perso Ludovica e un pezzo di
vita, non deve ripetersi per nessuno, penso che quello che ho visto,
l'indifferenza, la mancanza di professionalità, di competenza,
di umanità, di solidarietà e non so più che
altro non può rimanere un fatto privato" (53).
È solo su queste scelte responsabili, che richiamano anche
umanità e solidarietà, che il riconoscimento condiviso
dei diritti può essere fondato.
Conclusioni
Con il quadro offerto fin qui appare evidente quanto l'offerta di
salute del presente sia in Italia, oltre lodevoli eccezioni, particolarmente
carente. Questo non solo nel campo delle emergenze e della cura,
quanto in quello della prevenzione e ancora di più in quello
del benessere complessivo. Proprio questa condizione del benessere
appare il vero traguardo della realizzazione del diritto di cittadinanza,
ma risulta anche l'ambito più disatteso e ignorato. Certo
non mancano enunciazioni, anche solenni, del diritto alla salute,
ma questo appare un diritto virtuale, un assegno non esigibile.
La conseguenza di questa mancanza di riconoscimento concreto del
diritto alla salute si traduce specularmente nella considerazione
che comunemente si ha del cittadino malato che comunemente perde
la propria cittadinanza fino ad arrivare ad essere il numero di
una stanza o di un letto, oppure una patologia. Una spersonalizzazione
che non lascia spazio ai diritti previsti dalla Costituzione: "Nessuno
può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario
se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun
caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana",
fino ad arrivare alle forme più incredibili di prevaricazione
e violenza nei confronti dei cittadini malati e all'abuso della
sperimentazione dei farmaci che ancora si realizza in un consenso
"informato" tra disuguali. È in tali forme che
si insinua pericolosamente la negazione di quella sovranità
che ancora la Costituzione riconosce appartenere al popolo.
A questo proposito vorrei ricordare quanto scrive in un piccolo
volume autobiografico - intitolato Presenze - Chistian Bobin ripercorrendo
il doloroso accompagnamento verso la morte del padre ammalato del
morbo di Alzheimer. Egli sostiene che i veri malati, molto più
malati del padre, sono stati alcuni medici e alcuni infermieri che
si prodigavano nelle cure, ma ai quali nessuno aveva insegnato che
curare significa anche osservare, ascoltare e parlare: "riconoscere
con lo sguardo e con la parola l'intatta sovranità".
Ed è questa sovranità che la malattia non cancella
e che anzi, nella condizione della vulnerabilità del malato,
deve essere custodita come l'elemento più prezioso tra i
diritti fondamentali dei cittadini, garantito anche e soprattutto
a coloro che conoscono la condizione limite della malattia. Quella
condizione di debolezza del malato non dovrebbe divenire quindi
elemento discriminante capace di cancellare i diritti e sospendere
il riconoscimento della dignità, ma occasione di riaffermazione
del diritto di sovranità su cui si fonda il nostro ordinamento.
Quell'ordinamento che la sanità ispirata al liberismo economico,
aziendale e privatistico si incarica da anni di calpestare istillando
la convinzione che l'equità è un lusso troppo costoso
e che la salute debba interessare esclusivamente quando diventa
un buon affare.
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