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Giovedì
30 ottobre 2003 - Ore 9.00
Comunicare
la salute: gli strumenti
I
nuovi profili professionali
dott. Alessandro Rovinetti
Segretario
generale Associazione "Comunicazione Pubblica"

Vorrei iniziare il mio intervento con una frase
contenuta nel messaggio che il Presidente della Repubblica, Carlo
Azeglio Ciampi, ha inviato in occasione dell'inaugurazione della
decima edizione del Salone dalla Comunicazione Pubblica e dei Servizi
al Cittadino svoltosi a Bologna nel settembre scorso. Scrive il
Presidente Ciampi: "La comunicazione pubblica è ormai
saldamente riconosciuta tra i doveri dello Stato, è un mezzo
strategico, non sussidiario, per conseguire un bene pubblico. Deve
essere realizzata con professionalità e senza improvvisazioni".
Queste parole rappresentano la più efficace sintesi del dibattito,
avviato da molti anni, in merito ad alcune questioni centrali della
comunicazione nella pubblica amministrazione. Vale a dire a cosa
debba servire, perché sia necessario garantirla e a chi ne
competa la realizzazione.
Su questi temi, sino ad ora, le risposte sono state diverse e spesso
distanti tra loro.
Non mi soffermerò ad approfondire cosa sia oggi la comunicazione
pubblica. In questa sede ne sono già state indicate le caratteristiche
fondamentali. Mi limito a ribadire che la comunicazione pubblica
deve essere sempre più praticata come strategia e come risorsa.
Ed è proprio in queste accezioni che oggi, nella pubblica
amministrazione, è studiata e realizzata con la stessa attenzione
con la quale molti anni fa, il settore industriale e quello commerciale
si sono interessati alla comunicazione, alla pubblicità e
poi al marketing.
La comunicazione è una strategia in quanto processo che accompagna
i grandi cambiamenti organizzativi e le modernizzazioni che la pubblica
amministrazione si è posta come obiettivi con le leggi di
riforma approvate a partire dal 1990.
E' una risorsa, perché non solo consente lo sviluppo di nuovi
rapporti con i cittadini e con i pubblici servizi, ma favorisce
significativi processi di riorganizzazione e di partecipazione alla
gestione delle città. Ne consegue che la comunicazione pubblica,
in quanto strategia e risorsa, possiede solide radici laddove esistono
Amministrazioni che hanno sviluppato culture affini alla comunicazione:
quella del servizio, della centralità del cittadino, dell'innovazione
amministrativa, di un'organizzazione che garantisce i servizi che
il cittadino legittimamente richiede.
Se la comunicazione pubblica è, o dovrebbe essere, tutto
questo, risulta più evidente perché la legge 150 del
2000 abbia creato un qualche eccesso di nervosismo. Questa normativa
segna il confine tra il passato e il futuro delle nostre organizzazioni,
tra un'idea di comunicazione tutta legata ad un principio di tecnicità
e una comunicazione capace di capire e interpretare attese e bisogni
dei cittadini.
La legge 150 definisce, infatti, la comunicazione pubblica come
un'attività fondamentale per la nuova pubblica amministrazione
e ne legittima l'azione in quella che deve essere considerata la
più grande azienda italiana. Un'azienda con oltre tre milioni
di dipendenti, con bilanci di centinaia di miliardi e che produce
servizi fondamentali per la vita di ciascuno di noi.
Ma all'applicazione di questa legge oppongono evidenti resistenze
non solo quella parte di sistema pubblico che non è disposta
ad intraprendere la strada di un rapporto diretto con i cittadini
o a garantire trasparenza e conoscenza alla propria azione, ma anche
alcuni settori privati che vedono ridursi le possibilità
di vendere sempre lo stesso prodotto, di spacciare la stessa idea
senza l'obbligo di un continuo aggiornamento scientifico e organizzativo.
Quando le Amministrazioni vogliono seriamente cambiare, incontrano
sempre forti resistenze perché sui limiti e i ritardi, in
parte oggettivi e in parte voluti, dell'azione pubblica, si è
creata un'economia parallela, sussidiaria e parassita, che vede
come minaccia ogni processo di efficienza e di efficacia della pubblica
amministrazione.
La comunicazione pubblica, al contrario, sollecita e partecipa ai
grandi processi di cambiamento della pubblica amministrazione che,
non solo per definizione, ma per sostanza, appartiene a tutti. Nessuno
può arrogarsi il diritto di organizzarla a proprio piacere
e secondo modelli e tecniche altre e diverse rispetto alle finalità
delle nostre Istituzioni. Questo non significa che non debbano esserci
rapporti e collaborazioni con il mondo privato, purché siano
fruttuosi per entrambe le parti.
I contesti da
analizzare, entro i quali si sviluppano le maggiori possibilità
di affermazione della legge 150, sono diversi.
Innanzitutto il contesto etico, poiché chi fa comunicazione
pubblica deve essere in grado di svolgere un'attività a favore
della crescita delle nostre comunità.
Poi il contesto delle strategie. Il comunicatore deve sapere anteporre
l'individuazione degli obiettivi alla scelta delle tecniche da adottare.
Non solo perché la comunicazione pubblica non è una
questione di tecnicità, ma perché deve porsi degli
obiettivi e conseguire un risultato. Appare quindi evidente che
la ricerca degli strumenti non sarà l'inizio ma l'atto finale
dell'azione comunicativa che dovrà, invece, attivarsi con
la scelta degli obiettivi, delle strategie e dei messaggi.
Per realizzare una comunicazione pubblica che sappia essere portatrice
di valori etici e insieme efficace, ci si dovrà avvalere
di professionisti. Ma anche qui c'è chi attacca la legge
150 proprio perché teme la nascita di vere professionalità
all'interno della pubblica amministrazione.
I professionisti della comunicazione pubblica non sono solo i giornalisti
che si occupano del sistema dell'informazione verso i media. Sono
anche i comunicatori pubblici che si occupano di comunicazione verso
i cittadini e le imprese. Sono, in entrambi i casi, professionisti
con culture specifiche e proprie ma con una base di preparazione
comune e finalizzata ai compiti e agli obiettivi delle singole Istituzioni.
Questi professionisti, conclusa la fase di sanatoria per coloro
che già svolgono questa attività nella pubblica amministrazione,
dovranno, in gran parte, essere formati dal sistema delle Università.
Non possiamo ignorare che la legge 150 indica la laurea in Scienze
della Comunicazione quale titolo preferenziale per accedere ai concorsi
riservati ai responsabili della comunicazione. Né che nel
nostro Paese decine di migliaia di giovani frequentano le Facoltà
di Scienze di Comunicazione. Sono studenti, nella grande maggioranza
dei casi, motivati, intelligenti e competenti di cui il mercato
del lavoro e il settore pubblico, in particolare, avranno sempre
più bisogno.
Eppure esistono
ancora amministrazioni pubbliche, a volte anche quelle che si richiamano
ai valori della partecipazione e dell'innovazione, che bandiscono
concorsi per responsabili della comunicazione in cui sono richieste,
come titoli preferenziali, lauree diverse da quella in Scienze della
Comunicazione.
Dobbiamo quindi pensare che in quelle Amministrazioni non si sappia
che da dieci anni esistono le Facoltà di Scienze della Comunicazione,
né che da tre anni è stata approvata la legge 150?
L'Università è dunque chiamata a svolgere una formazione
di alto profilo, sia nei corsi di laurea che nei master, così
come avviene in gran parte dell'Unione Europea.
Anche se la nostra non è stata la generazione che ha visto
la definitiva affermazione dei comunicatori pubblici, a noi spetta
il compito di difendere ciò in cui crediamo e di batterci
per costruire un futuro più certo per i comunicatori pubblici
di domani.
In questo contesto anche la formazione va ripensata come strumento
fondamentale, capace di dare risposte efficaci e all'altezza delle
aspettative.
E' necessario produrre una formazione che sappia rispondere alle
esigenze delle amministrazioni pubbliche, che sappia formare e riqualificare
il personale nel rispetto dei requisiti necessari alle nuove figure
professionali. Formare, dunque, tenendo presenti innanzitutto le
strategie e poi gli strumenti e le tecnologie.
In questo modo, ad esempio, sarà più facile evitare
che aziende pubbliche, ma anche private, contribuiscano al proliferare
di siti Internet troppi dei quali risultano scarsamente aggiornati
e quindi inutili, perché non rispondenti alle attese degli
utenti e agli obiettivi delle Amministrazioni.
Certamente il sito può essere uno strumento efficace per
definire l'immagine dell'azienda. Ma perché questo accada
occorre che sia in grado di rispondere alle esigenze strategiche
dell'Ente. Un sito non aggiornato, non darà l'immagine vincente
dell'azienda, ma la conferma della sua inefficienza.
L'Associazione
Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale, di cui sono
il segretario generale, ha continuato a lavorare su questi temi
anche dopo l'approvazione della legge 150. Nel corso di questi anni
abbiamo definito il profilo del comunicatore ed il suo codice deontologico.
L'Unione Europea, infatti, pretende che, per ottenere le certificazioni
professionali, non solo vengano superati gli Ordini e gli Albi,
ma che ogni professione si doti di un proprio codice deontologico.
Un simile atto non è l'elenco dei buoni propositi, ma il
primo gradino del rapporto professionale di una categoria che dichiara
la propria appartenenza e definisce le proprie assunzioni di responsabilità:
chi siamo, cosa sappiamo fare, quale impegni ci assumiamo.
Abbiamo già avviato il tavolo di confronto con i sindacati;
incontreremo l'ARAN nei prossimi mesi e, in quella occasione, porremo
il problema della legittimazione del profilo professionale e dei
relativi riconoscimenti normativi ed economici.
Abbiamo richiesto ed ottenuto dal Ministro della Funzione Pubblica
che si riattivasse la Commissione incaricata di sovraintendere all'attuazione
della legge 150.
Il Ministro Mazzella, anche grazie alla nostra azione di sensibilizzazione,
ha deciso di prolungare per tutto il 2004 i tempi per la formazione
e l'aggiornamento di migliaia di nostri colleghi.
Abbiamo convinto i nostri amici giornalisti, con cui agiamo di comune
accordo per l'applicazione della legge, ad aprire le porte dell'Ordine
a tutti i dipendenti pubblici che abbiano svolto attività
di informazione per almeno due anni. Questi ultimi, partecipando
ai corsi di aggiornamento previsti dal decreto attuativo della nuova
legge, potranno diventare pubblicisti.
Queste, in estrema sintesi, le principali questioni che abbiamo
affrontato nel più recente periodo. Ci siamo battuti per
avere finalmente una legge che riconoscesse e legittimasse nell'intero
settore pubblico la comunicazione; abbiamo preteso che in essa venisse
attribuito un ruolo importante alla formazione e si riconoscesse
la laurea in Scienze della Comunicazione quale titolo preferenziale
per chi svolgerà, da adesso in poi, attività di comunicazione
e di informazione.
Adesso chiediamo alle organizzazioni sindacali di fare la loro parte
perché la nostra professionalità venga riconosciuta
e considerata, ponendo così fine al tempo degli improvvisatori
e dei dilettanti.
I comunicatori pubblici sono davvero i primi innovatori della pubblica
amministrazione, se per innovatore si intende colui che utilizza
la tecnologia, l'informazione e la semplificazione amministrativa
per migliorare la qualità dei servizi e il rapporto con i
cittadini. D'altra parte sono proprio le leggi approvate, dal 1990
in poi, che ci ricordano come le pubbliche amministrazioni debbano
essere considerate alla stregua di aziende che producono servizi
e così facendo privilegiano la qualità, l'efficienza
e la gestione e non solo i processi amministrativi.
Mi sembra quindi di poter dire che il comunicatore pubblico è
un innovatore perché accetta di mettersi in gioco e di pensare
al proprio lavoro e alla propria professione in funzione di apparati
e burocrazie profondamente diversi da quelli che abbiamo conosciuto
fino ad oggi.
Si salda così quel circuito virtuoso che chiamiamo cambiamento
e modernizzazione della pubblica amministrazione e che vede la comunicazione
al centro di questi processi. Una comunicazione non di effetti speciali
ma di contenuti reali e linguaggi comprensibili. Una comunicazione
capace di dare sostanza a parole come semplificazione, trasparenza,
qualità, efficacia che da troppo tempo, e con pochi risultati,
aleggiano in molte parti del nostro sistema pubblico.

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